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Il voto a Trump, tra Rischiatutto, il socialismo e Morandi.

E’ irresistibile la suggestione alimentata dalla coincidenza di data tra i due 9 novembre, quello del 1989 e quello del 2016.
Come quando in sogno il compianto prozio Geppino ti assegna dei numeri da giocare, così non ci si può opporre a questa altra cabala da studiare: Donald J. Trump e la caduta del muro.

Schematizziamola in modo brutale: insieme ai mattoni – allora – veniva giù simbolicamente la sinistra conosciuta nel 900, anche quella che non aveva mai guardato con favore ad Est. Non esistevano più due orizzonti cui potere tendere, anche criticamente, anche radicalmente dissentendo. Il migliore dei mondi possibili era pronto a dispiegarsi.

Quasi 30 anni dopo, eccoci. L’individualismo, come valore prevalente, come sentiment del mondo, ha prevalso sull’altruismo. L’egoismo sociale sulla solidarietà. L’ostentazione della ricchezza sul riserbo intorno ad essa. La competizione sulla cooperazione. La diversità come pericolo sulla diversità come opportunità. Il Grande Fratello sul Rischiatutto.

Ovvero: la gente normale su quelli che studiano. E’ un passaggio importante, perché quel format attraversa il mondo e spiega ai suoi cittadini che per vincere basta “essere sé stessi”, ovvero apparire tali. Che non occorre avere dei titoli per potere affermarsi (anzi). Che tutto è sottoponibile al televoto, a partire dalle persone. Che c’è una speranza di diventare famosi anche se non si ha alcuna competenza specifica, oltre quelle relazionali.

La semplicità vince sulla complessità. La velocità sulla lentezza. I negozi aperti 24 ore su 24, compresa la domenica (come ha scoperto anche Gianni Morandi) sui tempi distinti tra ciò che era di Cesare e ciò che era di Dio.

In questo scenario, arrivano i nostri social network.
Dove uno vale uno, professori (brutti) e gente comune (bella). Scienziati (brutti) e lettori di articoli scientifici non sempre verificati (belli). Cittadini (belli) e politici (bruttissimi). Blogger neofita (bello) e giornalista professionista (venduto). Dentro la globalizzazione, tutti abbiamo diritto ad un parere su una bacheca digitale (persino io con questo articolo).

A livello statistico, i numeri dicono che in questi decenni il divario tra i più ricchi e più poveri si è ampiamente acuito, che i salari si sono abbassati, che il welfare state è stato sottoposto ad ampi tagli, che è aumentato il senso di precarietà. A questo cittadino spaesato è stata tolta anche la possibilità di una narrazione alternativa, la speranza di una qualche rivincita: al posto della lotta di classe si può tentare un gratta e vinci. O – accidenti! – almeno un commento incazzato su Facebook (e un voto di protesta quale che sia quando si va a votare).

Se non me la posso più prendere con gli imperialisti americani o – viceversa – con i sovietici alle porte, scenari che mi disegnavano prospettive di mondo, che mi costringevano a scegliere e ad interrogarmi; se questo è l’unico (e ottimo) mondo possibile, non c’è che una spiegazione plausibile per la mia condizione: qualcuno mi sta fregando. E se il succedersi di intere classi dirigenti a livello mondiale non cambia la mia reale condizione di vita, che rimane sempre uguale, o addirittura peggiora anche se mi viene detto che sta migliorando, mentre i miei genitori mi raccontano di quando si stava meglio, beh, allora è evidente che c’è un complotto, che i vaccini causano l’autismo e che tu – proprio tu che stai leggendo – sei un fottuto provocatore.

La trama su cui poggiano le nostre relazioni digitali prescindono dal mio interlocutore, e ogni discorso pubblico – tali sono le nostre timeline – è sempre (anche) un metadiscorso, al di là degli algoritmi e delle volontà (commerciali) di chi produce le piattaforme sulle quali scriviamo, discussione che in sé parrebbe un filino oziosa.

E allora, oltre che invocare il socialismo (cortesemente: alquanto rivisto), compito un po’ più grande di noi, cosa ci rimane, per cercare di spezzare il circolo vizioso delle parole ostili? Una certezza: non ritenere la vicenda un fatto di buona educazione, che c’entra poco anche se non guasta. E poi qualche tentativo sparso: tacere, se non si ha niente di rilevante da dire. Controllare le fonti, sempre, prima di parlare. Cercare la verità interna alle ragioni dell’altro. Perché poi alla fine è vero che ci sono giornalisti che dicono un sacco di sciocchezze, politici che imbrogliano, professori che non hanno studiato.

Ma non ci basta: occorre reintrodurre dose omeopatiche di ragionamento lento, quantità pulviscolari di complessità nei discorsi, resistere alla tentazione della battuta graffiante che conforta solo i bassi istinti. In sostanza, provare a disegnare – entro le proprie parole, ma in modi sempre comprensibili – scenari narrativi diversi, linguaggi innovati, immaginari nuovi.

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