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Le parole ostili e la cultura dell’umiliazione

Sono stata il paziente zero. La prima persona ad avere la reputazione completamente distrutta a livello mondiale attraverso internet”. Nel 2014 Monica Lewinsky torna a parlare pubblicamente dopo dieci anni di silenzio. Lo fa, nel corso del Forbes Under 30 Summit, affrontando il tema del cyberbullismo e poche ore dopo il suo ingresso su Twitter.

Il riferimento è esplicito al 1998, quando la sua relazione clandestina col presidente Bill Clinton divenne di dominio pubblico. Nel 1998 non esistevano ancora i social. Facebook, Twitter, Snapchat o Instagram non erano ancora nati ma esisteva il gossip, siti di notizie e intrattenimento con sezioni dedicate ai commenti. Siti come il Drudge Report, che per primo diede la notizia online. Mentre gli esperti iniziavano a dibattere sulla tutela della privacy in rete, le registrazioni in cui la ragazza raccontava gli incontri erotici che avvenivano nello studio ovale della Casa Bianca, furono trasmesse in TV e parti significative rese disponibili online. A livello mondiale, la gente era riuscita ad attaccarla, prenderla in giro e umiliarla con parole postate in commenti online, email e scherzi virtuali (oltre a diventare “musa ispiratrice” dei rapper made in USA, che l’hanno citata in oltre 40 canzoni).

Allora non esisteva nemmeno una definizione per quello che le stava accadendo. Oggi quella parola esiste: lo chiamiamo cyberbullismo, molestie online.

Oggi, venti anni dopo, i social media sono nati e diventati medialmente “adulti”. Hanno connesso le persone in modi e forme inimmaginabili, salvato vite, diffuso notizie importanti, innescato rivoluzioni culturali. Ma “the dark side”, la disinformazione, la cultura dell’odio, le fake news, l’essere pubblicamente umiliati in tutto il mondo, sono dinamiche presenti e sempre più diffuse.

Il panorama è tristemente più popolato da casi come quello di Monica Lewinsky.
Lo ricordate il caso di Diletta Leotta? Le sue foto intime furono condivise su WhatsApp in un giorno di settembre 2016. Un tam tam diffusosi a macchia d’olio nel giro di poche ore, con la diretta interessata avvertita da amici e conoscenti. Le parole di derisione in rete si sono sprecate.

E non è qualcosa che riguarda solo le celebrità. L’Espresso, recentemente, è andato a vedere cosa avviene nei gruppi Facebook come “Cagne in calore” (a proposito di “parole ostili”), dove vengono postate le foto rubate ed intime di donne ignare. Foto condivise spesso da compagni, ex o sconosciuti e date in pasto ai commenti sessisti e maschilisti dei facenti parte. Spazi che Facebook non sembra ritenere lesivi, nonostante i ripetuti interventi di alcune istituzioni come la Presidente della Camera Laura Boldrini. Spazi che registrano numeri importanti (il gruppo “Cagne in calore”, ad esempio, conta 18.000 iscritti).

Leggere l’inchiesta dell’Espresso fa capire come la parola “dignità” sia stata colpita dalla damnatio memoriae e che comportamenti come questi possano avere conseguenze assai gravi: basti pensare a Tiziana Cantone che, a 31 anni, si è suicidata per esser stata vittima di un episodio simile.

Internet è l’autostrada della nostra identità. Dinamiche come quelle del trolling e del cyberbullismo, possono interessare tutti, giovani e adulti, personaggi pubblici e non. Le conseguenze per qualcuno sono diventate davvero tremende.

Quando si è giovani, adolescenti, e non si è preparati a gestirlo, la piccola comunità che ti bullizza rappresenta il mondo, l’insulto è la verità. La parola che ti definisce, ti rappresenta anche agli occhi dei tuoi pari.
I dati in questo senso parlano chiaro. Nel nostro Paese poco più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni ha subito qualche episodio offensivo e/o violento nell’arco di un anno, di questi il 19,8% è stato vittima assidua. (Il bullismo in Italia, Istat, Anno 2014)

Un più recente studio del Censis e della Polizia Postale ha indagato il fenomeno nella percezione degli educatori. Secondo il 77% dei presidi delle scuole italiane medie e superiori, internet è l’ambiente dove avvengono più frequentemente i fenomeni di bullismo, mentre il 52% dei dirigenti scolastici italiani ha dovuto occuparsi di episodi di bullismo digitale, il 10% di sexting e il 3% di adescamento online (Verso un uso consapevole dei media digitali, Anno 2016).

La crudeltà verso gli altri non è una novità ma, online, la vergogna tecnologica viene amplificata con la parola e resta permanentemente accessibile. L’eco dell’imbarazzo che si estendeva solo alla famiglia, alla scuola o alla comunità, ora si diffonde nelle comunità online.

Tecnologia e vergogna sono temi sapientemente incrociati, ad esempio, nei filoni narrativi della terza serie di Black Mirror. Lo racconta bene l’episodio “Shut Up and Dance”. Kenny, un adolescente, è ricattato da hacker in possesso di una ripresa intima e viene obbligato a portare a termine incarichi sempre più pericolosi sotto la minaccia di diffondere quel video rubato. Kenny precipita in un incubo che dovrà condividere con altre persone che, come lui, sono ricattate a causa di qualcosa che hanno fatto e che non vogliono venga reso noto. E questo può considerarsi un episodio poco futuribile, raccontando la trama cronache a cui siamo abituati.

L’internet shame, la paura di essere posti nella gogna mediatica, senza possibilità di sfuggire, non è solo un tema di attualità ma rappresenta un mercato in cui la pubblica umiliazione è la merce prima dell’industria della vergogna.

Più vergogna, più clic. Più clic, più guadagni pubblicitari. Più riempiamo la nostra cultura pubblica della sofferenza altrui, di vergogna pubblica, più questa diventa accettata e alimentiamo azioni come trolling, cyberbullismo e attacchi informatici. Diamo così respiro a quella che il professor Nicolaus Mills definisce “cultura dell’umiliazione”.

Con ogni clic, facciamo una scelta. Il cambiamento comincia con parole e gesti semplici. Anche a piccoli numeri, se constante nel tempo, un cambiamento può avvenire partendo dal cambiare le convinzioni che abbiamo. Passare dall’apatia dello spettatore all’attivismo interventista.

La storia lo insegna con il razzismo, il maschilismo, l’omofobia. Parliamo tanto del nostro diritto alla libertà di espressione dimenticando la responsabilità che abbiamo quando usiamo le parole.
Il cambiamento può iniziare postando commenti positivi, segnalando comportamenti offensivi. Riducendo la negatività, producendo contenuti appropriati e rispettosi della netiquette (parola diventata tristemente obsoleta), smettendo di alimentare e di rendere accettabile la cultura dell’umiliazione.
Le parole sono la nostra arma, ma anche il nostro scudo. Usiamole con cura.

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