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La tregua di un sorriso

Venerdì 28 ottobre ero ai Bagni Pubblici di Via Agliè, a Torino, per partecipare a un progetto di TwLetteratura. Il titolo si spiega da solo: Leggere Primo Levi per riflettere sulla crisi dei migranti in Europa.

Se c’è Primo Levi di mezzo il mio cuore ha, puntuale, un sobbalzo.

Quando ero alle medie è venuto a scuola a parlarci della sua esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz e di Se questo è un uomo, che avevamo appena finito di leggere. Di quel giorno ho un ricordo chiaro: lui in camicia bianca, maniche tirate su, che parlava con concentrazione e impegno a tutti noi, seduti lì a guardare, senza una domanda, almeno una. Con il tempo si è aggiunto un altro ricordo, ma non saprei dire se reale o frutto di ricostruzioni successive: la mancanza di un suo sorriso.

Pochi anni dopo è morto e il dispiacere di non avergli parlato quando ne avevo avuto la possibilità mi è rimasto cucito addosso, quindi se c’è il suo nome in giro, io mi avvicino, come l’altra sera. Anche perché i progetti di Edoardo Montenegro e di Twletteratura sono per me, in generale, davvero belli. Pensare che centinaia di scuole leggano Dante, Manzoni o Primo Levi e li riscrivano in tweet mi fa sperare in un futuro di consapevolezza, osservare un gruppo di persone che dopo il lavoro si riunisce a parlare de La Tregua mi commuove.

Nello stesso tempo, però, ho davanti agli occhi l’immagine di un recinto. Non ti è mai capitato di guardare dall’alto le cose che stai facendo e le persone che sono con te e chiederti: ma non è che a forza di stare tra noi, la storia (e l’accusa dietro) dei panda, della riserva indiana, delle quote, diventa sensata?
Quando il gioco si fa duro, qualcuno inizia davvero a giocare. Io ad esempio non mi tiro certo indietro. Ma quando il livello di scemenza, cattiveria, brutalità diventa rosso, io non ci riesco, non ci entro. E allora mi rinchiudo nel recinto e preferisco frequentare chi pensa come me che le parole (belle) possano cambiare il mondo?
L’altra sera, appunto, mi dicevo: facile stare qui. Va bene, allora il difficile quale sarebbe? Buttarsi a gridare nella mischia? Scegliere di affrontare chi la pensa diversamente schivando palate di sostanza marrone con la speranza di seminare un piccolo semino di speranza, più che altro in me?

Non mi piace terminare con una domanda, ma la risposta la sto cercando.

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