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Che cosa sono le parole

Si comunica con le parole ma anche con i silenzi, con un gesto, con uno sguardo. La parola semplice, quella che arriva a tutti, quella che tocca il cuore, non è mai una parola banale o scarsamente significante, ma è piuttosto una parola “essenziale“, è la parola “giusta“, detta (o taciuta) al momento opportuno. Ed è anche una parola “netta“, che unisce perché in fondo “divide” le buone dalle cattive intenzioni.

Viviamo tempi di disgregazione, di populismo, di radicalizzazione delle posizioni, di estremismi e di violenza, di egoismo e di indifferenza, ma nonostante tante contraddizioni, proprio in questi tempi spiccano, come buone notizie, gesti di solidarietà, esempi di generosità, esperienze di fraternità, segni di possibilità nuove e creative. Sono quelle luci nel buio da cui possono scaturire parole destinate, come dei ponti, a unire persone e popoli.

Ne rilancio alcune come accoglienza, nonviolenza, tolleranza, giustizia, pace, lavoro, bene comune. Sono parole che accompagnano il cammino dell’Ucsi (Unione Cattolica della Stampa Italiana), e lo stile dei giornalisti e dei comunicatori che ne fanno parte. A un’etica della comunicazione e dei media fa riferimento la sua rivista Desk, con le analisi e le proposte sul sistema dei media nel sistema Paese.

Il messaggio di Papa Francesco per la 50.ma Giornata Mondiale della Pace che si è celebrata il 1° gennaio scorso richiama alla nonviolenza come stile di una politica per la pace. Avremmo società più vivibili se la nonviolenza attiva diventasse uno stile di vita, dando forma alle decisioni, alle relazioni, alle azioni, alla politica in tutte le sue forme.

Dopo un secolo, il ‘900, devastato da due guerre mondiali micidiali, è in corso una terribile guerra mondiale a pezzi, in cui, scrive il papa, “non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa.
Eppure questa domanda dovremmo porcela, perché dalla risposta che ci daremo discendono molte conseguenze.

La cura per questo “mondo frantumato” non può essere la violenza, né la paura o la chiusura, quanto piuttosto il dialogo, il rispetto, la tolleranza, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica” tra persone e popoli.

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