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Andiamo a censurare?

“Ma non è che si va verso la censura?”

Questo si stanno chiedendo in molti, vedendo crescere l’interesse per l’iniziativa Parole O_stili e la proposta di lavorare ad un “Manifesto”. Rischiando di rubare un frammento di competenza a Vera Gheno mi sentirei di tranquillizzare: un “manifesto” non è un “decalogo”, non è un insieme di leggi con tanto di polizia appostata per sanzionare i trasgressori.

È un modo appunto per manifestare un sentire e una preoccupazione, al limite un proprio impegno. E, comunque, anche il Decalogo originale non aveva il nostro significato giuridico romano. Il Decalogo era una raccolta di “dieci parole” – così vuole il greco: logos, non nomosper la vita buona, non per la repressione sociale. Al centro dell’attenzione dunque andava già allora il senso di quello che siamo, delle nostre relazioni, del nostro stare insieme. Quando andiamo fuori strada su questi assi fondamentali è già la vita a “sanzionarci”, con i sintomi del disagio, del malessere, della frustrazione. E con il sorgere irruento dei sentimenti di odio e ostilità. Quindi tranquilli: nessuna proposta di censura per legge, con tanto di multe previste per i trasgressori.
Detto questo rimane la domanda. Ma allora di cosa si tratta? Di una raccolta di pie esortazioni? Di un salire in cattedra per dire “noi” quanto siamo bravi che facciamo così? Quelle cattedre non esistono più da tempo. Invece il problema del che fare in alternativa al prescrivere e punire sì.
E su questo provo ad allineare qualche pensiero.

Riepilogando: siamo tutti d’accordo nel dire che l’imposizione di legge con tanto di sanzioni non è la soluzione che fa al caso nostro. Però con questo non abbiamo fatto alcun passo avanti rispetto al problema di come stare tutti meglio online, cosa che si può fare – in qualche modo – soltanto tenendo a bada la tastiera, e offline, facendo attenzione alle parole che pronunciamo per interagire, raccontare e criticare.
Sempre che, beninteso, questo sia il problema che ci interessa.
Se quel che cerchiamo nei social è uno sfogatoio a distanza di sicurezza, Parole O_stili non è il luogo di confronto per i nostri progetti. Ma qui supponiamo un’altra cosa, e cioè che ci interessi capire perché, fuori e dentro la rete (dunque nella continuità della vita) alle volte ci troviamo coinvolti in un crescendo di ostilità nostro malgrado, perché qualcosa è sfuggito a noi o ai nostri interlocutori e dopo poco ci siamo ritrovati alle parole forti, nella logica radicalizzante del «noi-voi».

Dunque, dicevo, scartiamo un campo di soluzioni, quelle costrittive. Cosa ci rimane?
Possiamo risparmiare la fatica di un giro su Google: da un paio di millenni alla riflessione morale risulta che l’unica alternativa su piazza sia nel governo autonomo di sé. Aristotele parlava di “virtù”, di disposizioni interiori forti che ci orientano e sostengono verso il buono. Suona bene: le regole ce le diamo noi – auto-nomia significa questo – e nessuno accampa il diritto di dirci cosa fare. Venerdì, su “Fahrenheit”, trasmissione radiofonica di Radio Rai Tre, si parlava anche di questo: «è un mio diritto esprimermi come mi pare».
Dunque d’accordo, mettiamo al sicuro la libertà di espressione e l’autonomia. Però chiediamoci anche: funziona l’auto-regolazione? Dipende. Come lo capiremo? Non dal fatto che noi siamo convinti di essere i migliori auto-legislatori e che la disciplina che adottiamo sia la più corretta. Se l’auto-regolazione funziona non saranno le nostre convinzioni a dircelo ma la vita e quel che il contesto ci restituirà. Le persone con cui interagiamo ci faranno capire se con noi stanno male, se il modo della nostra partecipazione a una discussione peggiora l’ambiente, distogliendo l’attenzione dalle cose magari interessanti che avremmo da proporre. O ci faranno capire se lo stile della nostra partecipazione facilita il confronto, l’emersione e l’accoglienza della diversità di posizioni, la libertà di espressione per tutti etc.
Freud lo chiamava “principio di realtà”, la capacità adulta di consultare i segnali del mondo in cui abitiamo e di farne tesoro. Nel vangelo di Matteo c’era la stessa avvertenza: «dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16), dunque sono i frutti, non le pure intenzioni o convinzioni soggettive, che vanno consultati.

Questa eco che arriva dal contesto, che non è tutto ma è pur sempre un elemento importante di verifica dei nostri stili (non direttamente delle nostre idee), è esattamente l’alternativa soft, libera e creativa che abbiamo a disposizione per aggiustare la nostra auto-regolazione. È l’alternativa al fatto che arrivi qualcuno con il distintivo a dirci che abbiamo trasgredito una legge civile e che quindi inizia per noi un iter sanzionatorio di qualche tipo.
Parole O_Stili è in effetti proprio una forma possibile di questa eco: raccoglie un volume importante di segnalazioni di malessere e prova a trasformarle in una riflessione più articolata, per offrirla a sostegno dello sforzo personale di ciascuno di migliorare – a tutto campo, non solo online – la propria capacità di auto-governo e di interazione costruttiva.
Per chi non vuole derive verso la censura è l’iniziativa a cui contribuire.

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