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Soldi

Una volta parlare di soldi era considerato volgare e disdicevole: i poveri se ne vergognavano, i signori li usavano senza farne menzione.

A guardare i post degli ultimi anni in rete, è un continuo parlare di soldi: Guarda quanto prendono i politici! Quanto pagano il direttore della Rai! E il sindaco di… Noi siamo meglio degli altri, ci tagliamo lo stipendio! Lavora a un progetto strategico del governo ma lo fa gratis. Guarda quanto ho pagato due cappuccini e una brioche a Piazza San Marco: una vergogna.

In questa narrazione populista si è perso completamente il concetto di valore, di merito, di esperienza, di contenuto e la riduzione del tutto alla misurazione monetaria si è talmente diffusa che chiunque provi a riportare il ragionamento oltre il puro costo è accusato di complicità con la casta.

Perché ne parlo qui? La parola “soldi” non è “Ostile” ma è l’innesco di una delle più grandi ondate di cattiveria, invidia, violenza che si vede ogni giorno in rete. L’insulto è immediato: ladri! Oppure più morbido ma non meno offensivo: ha preso quei soldi ma chissà perché… (non li merita, è un ruffiano, è un corruttore ecc.)

Diventa ostile, o forse più propriamente “antipatica” almeno a me, perché è altrettanto veicolo di banalizzazioni, semplicismi e ignoranza bella e buona quando si citano importi senza averne alcuna cognizione o quando si fanno i conti in tasca agli altri con la saccenza dell’imbecille.

Parlare di soldi crea quindi una contraddizione eclatante, ci si concentra sul denaro e si uccide il concetto di valore e con esso qualsiasi sua estensione, dal valore etico, al valore sociale, al valore solidale. Se tutto è ridotto a pura quantità monetaria, come si fa a chiedere qualità?

Il vento della devalorizzazione è passato, attraverso i contratti atipici e le partite iva, a travolgere professionisti e freelance, i tagli di spesa governativi attraverso la centralizzazione degli acquisti nella CONSIP e le gare solo al ribasso hanno fatto comperare ciò che era meno costoso senza alcuna riflessione su concetti come “ritorno dell’investimento”, “costo di possesso”, “valore nel tempo”.

In uno scenario del genere non c’è da stupirsi se l’innovazione non decolla, se la musica e la cultura sono in perenne difficoltà, se la scuola è allo sbando: sono tutti progetti che richiedono pensieri a medio lungo termine, capacità che nessuno sembra più avere il coraggio di mettere in campo.

Qualcuno sta timidamente chiedendo di valutare la “sostenibilità” di progetti, startup, coder dojo, iniziative culturali che possono avviarsi sulla buona volontà di chi ci crede ma che difficilmente superano la barriera del triennio.

La narrazione stessa dello sviluppo tecnologico si è incentrata sul “basso costo”, sul risparmio di soldi e non sulle implicazioni sistemiche.

Un esempio per tutti: il software open source equiparato a software gratis e non come un modo per redistribuire la ricchezza tra chi riceve royalties per le licenze d’uso e chi con il proprio lavoro sviluppa sistemi valorizzandone l’applicazione.

Mi capita spesso di far notare che nulla è gratis: lo paga qualcun altro.

La monetizzazione e la de-valorizzazione hanno poi letteralmente travolto il terzo settore.

A differenza del mondo anglosassone in cui il lavoro volontario è riconosciuto nel suo ruolo di aggregazione sociale e di valorizzazione del bene comune e come tale sostenuto economicamente, da noi si ricorre alle “associazioni culturali” o al volontariato per spendere meno in una visone pietistica di sostituzione dell’incapacità degli enti pubblici di agire nei campi che richiedano ingegno, umanità e dedizione.

Per non parlare delle finte associazioni e finte cooperative, promosse e sostenute per eludere, se non proprio evadere, fisco e previdenza.

Ovviamente spostare il ragionamento sul “valore” richiede un giudizio, una assunzione di responsabilità, una “discrezionalità” che si ritiene di per sè portatrice di bassi interessi.

Altrettanto ovviamente dal momento che non si riconoscono competenza, esperienza e meriti altrui, la riduzione del tutto al solo “prezzo” è un meschino paravento di equità e correttezza dietro cui si vuole nascondere la propria incapacità di fare scelte.

Sarà dura ma bisogna smetterla di parlare di soldi.

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