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È uno spazio di parole, idee e prospettive che si incontrano.
Un luogo fatto di voci diverse che si intrecciano per raccontare il mondo della comunicazione, del linguaggio e dell’educazione digitale. Qui troverai riflessioni, approfondimenti e storie che aiutano a rendere la Rete – e non solo – un posto più bello, consapevole e inclusivo.
Paesaggio visto dal finestrino di un’auto in movimento, con il riflesso di una persona nello specchietto laterale.
Palloncini gialli e rosa con diverse espressioni facciali (felici e tristi) che fluttuano nel cielo, rappresentando gli alti e bassi della salute mentale.
Riflesso sfocato di una giovane donna in uno specchio rotondo appoggiato sull’erba
Il linguaggio è parte della cura
scritta con alè allena l'empatia e loghi di Parole O_Stili e Inter
Matita azzurra con trucioli attorno su fondo bianco
Un vortice di quaderni, libri e riviste che sprofonda in un buco nero.
Una pistola giocattolo su sfondo giallo
uomo che usa MacBook d'argento seduto sul divano in pelle nera
fotografia minimalista di uomo e donna che saltano davanti alla parete del tubo
Segnaletica al neon colorata
Uccelli sul filo durante il giorno
18 mag 2026

Viaggio

Esistono molti modi di viaggiare. Da piccola, i tragitti erano lunghi: dentro una 127, in quattro, con le ginocchia che si sfioravano. Seguivamo le trasferte di papà, ma senza saperlo stavamo imparando altro: ad aspettare, ad adattarci e a stare insieme anche nella fatica. Ricordo i vetri, le soste e il tempo che sembrava non passare mai. E invece erano chilometri di famiglia. Oggi viaggio ancora, spesso tra treni in ritardo e aerei che non amo prendere. Ma ho capito che, per me, i viaggi sono fatti di persone più che di luoghi, e ogni spostamento è una “grammatica del cambiamento”, un modo per diventare ciò che siamo, tra distacchi e ritorni. Anche le parole viaggiano. Arrivano da lontano, cambiano suono, cambiano senso. “Viaggio” viene da viaticum, ciò che serve per partire. È bello pensare che oggi sia diventata la parola stessa a metterci in cammino. C’è un altro modo di viaggiare, che ho imparato nel tempo: il viaggio della lentezza. Fermarsi e tornare a guardare quello che la fretta ci ha nascosto. Così le soste non sono interruzioni, ma parti del percorso che chiedono solo di essere ascoltate. E poi c’è la meta, ciò che dà valore a ogni passo e dove la fatica del cammino si scioglie. Senza un arrivo, tutto sarebbe un eterno vagabondare; è invece la destinazione a trasformare il movimento in significato. Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili, uscito sul numero di marzo 2026 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli". Scopri la parola dello scorso mese:

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11 mag 2026

Tre domande a Francesco Morzaniga

Maggio è il mese della consapevolezza sulla salute mentale. Un’occasione che, ogni anno, riporta al centro un tema che meriterebbe spazio ogni giorno dell’anno. Negli ultimi anni il modo in cui ne parliamo è cambiato profondamente. La terapia ha smesso di essere un argomento da sussurrare ed è diventata conversazione pubblica: nei feed, nelle serie tv, tra amiche e amici. Un cambiamento importante, che però porta con sé una domanda difficile: parlare di più significa anche parlare meglio? Oppure rischiamo di svuotare di senso parole che descrivono esperienze complesse e, a volte, molto dolorose? È una tensione che riguarda soprattutto chi, ogni giorno, sceglie di comunicare questi temi pubblicamente. Come si rende accessibile qualcosa di così delicato senza banalizzarlo? Come si trovano parole capaci di avvicinare le persone, senza trasformare la salute mentale in uno slogan? Ne abbiamo parlato con Francesco Morzaniga, Direttore Creativo di Serenis, piattaforma italiana di psicologia online che negli ultimi anni ha portato il tema della terapia anche fuori dagli studi professionali, dentro campagne, spot e cartelloni pubblicitari. Una comunicazione che prova a tenere insieme leggerezza e responsabilità, divulgazione e complessità. In Italia parlare di terapia è ancora, per molte persone, un gesto che richiede coraggio. Serenis ha scelto di farne non solo un servizio, ma un tema di comunicazione pubblica — cartelloni, spot, campagne. Come si costruisce un brand su qualcosa che molte persone faticano ancora a dire ad alta voce? Per essere onesto eravamo costretti a parlare di terapia, a fini pubblicitari, quindi quello ha aiutato. Ma puoi parlarne in un modo o parlarne in un altro, porti dei problemi o non porteli affatto, eccetera. Noi abbiamo sentito sin da subito l'esigenza di usare le parole in un certo modo, e abbiamo costruito il brand alleggerendoci, col passare del tempo, del peso di questa responsabilità. Per dirla più semplice: all'inizio avevamo tantissima paura di sbagliare, di fare un pessimo servizio alle persone. Senza volerlo trasferivamo la nostra ansia nella comunicazione, che poteva risultare noiosa, demotivante o tetra. Quando abbiamo accettato l'idea che avevamo il diritto di fare degli errori abbiamo anche trovato il modo di parlare in modo semplice anche di argomenti tosti (noi internamente usiamo questa frase: seri nella sostanza, leggeri nella forma). Prima eravamo perfetti in teoria, ma inefficaci; ora siamo imperfetti ma utili. Sui social termini come "narcisismo" o "ADHD" sono diventati parte del vocabolario quotidiano e sono spesso usati senza una base clinica, per descrivere situazioni che invece solo assolutamente ordinarie. Questo fenomeno, se da una parte avvicina le persone al tema della salute mentale, dall'altra rischia di svuotare di significato parole che descrivono condizioni e situazioni molto complesse. Quanto pesa la scelta delle parole su questi temi, per evitare di scivolare nella semplificazione e non rischiare di perdersi nel tecnicismo? Usare male le parole non è un fenomeno nuovo: anche ai miei tempi si diceva "sei depresso" per dire "sei triste", e purtroppo per me i miei tempi sono lontani. Però è verissimo che quando parli tanto di qualcosa ne perdi il controllo, le persone si appropriano dei termini e a volte li usano in maniera impropria, e da lì nascono delle conseguenze. Ad esempio, per anni si è parlato molto di ADHD: oggi tantissime persone si autodiagnosticano l'ADHD, e quasi sempre si sbagliano. Da un certo punto di vista si può fare poco, è un effetto collaterale della divulgazione. Ma esiste una responsabilità ed esistono delle scelte, sia linguistiche che di piano editoriale, per avere un impatto positivo sulla discussione. Cioè, c'è uno scenario in cui parli di "ADHD" a sproposito perché va di moda, e sai che ti porterà dei like; e c'è uno scenario altro in cui parli di "ADHD" nel modo corretto, spieghi cos'è, come si diagnostica, che essere distratti non è sinonimo di ADHD. In Serenis siamo più per il secondo scenario. C’è una campagna o un contenuto di Serenis di cui sei particolarmente orgoglioso — non per i risultati, ma per quello che hai imparato nel crearlo? La campagna di cui sono più orgoglioso è una campagna che non ho fatto io, materialmente (con "io" intendo "il nostro team creativo interno": io non faccio quasi niente, quasi mai). È il nostro ultimo spot televisivo, "Dibidabi", che è stato pensato dall'agenzia Gibbo&Lori, girato da Alessio Lauria e prodotto da the BigMama. Ne vado orgoglioso perché lo trovo uno spot bellissimo, intelligente, molto difficile e molto riuscito, ma anche perché ci ha costretto a mettere da parte l'ego: l'idea non era nostra, in un altro contesto l'avremmo affossata, perché poteva metterci in cattiva luce. E invece pensavamo che fosse proprio una bella idea, anche se non era nostra, e abbiamo fatto l'impossibile per convincere chi di dovere a realizzarla. Mi è sembrato di togliermi di dosso un po' di quelle tossine da vecchio pubblicitario, o da guru di LinkedIn, quelle per cui il tuo lavoro non è comunicare, ma comunicare di aver comunicato, dire che è tutto merito tuo – e invece io penso che il mio lavoro sia comunicare.

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2 mar 2026

Il linguaggio è parte della cura

Questo video manifesto nasce nell’ambito di una campagna promossa da Eli Lilly Italia in collaborazione con Parole O_Stili - con il patrocinio dell’Associazione Amici Obesi - per diffondere attraverso il glossario “Non c’è forma più corretta” l’importanza giocata dal linguaggio nella lotta allo stigma dell’obesità. Un’iniziativa motivata da una convinzione profonda: le parole non sono mai soltanto parole. Sono cornici. Sono sguardi. Sono possibilità. Quando parliamo di obesità, contribuiamo a costruire il modo in cui quella condizione viene compresa, affrontata, vissuta. Possiamo scegliere un linguaggio che semplifica e giudica. Oppure un linguaggio che riconosce complessità, responsabilità condivisa, dignità. L’obesità è una malattia cronica, complessa e multifattoriale, riconosciuta dalla comunità scientifica. Ma intorno a essa continua a circolare una narrazione che riduce tutto alla volontà individuale. Questa semplificazione alimenta stigma. E lo stigma non è un’opinione: è un ostacolo concreto alla cura, alla relazione terapeutica, alla qualità della vita. Con questo video-manifesto, Eli Lilly Italia e Parole O_stili invitano a uno spostamento culturale, proponendo di guardare al corpo non come a un oggetto da classificare, ma come a una dimensione personale e relazionale; non come a un problema da esibire, ma come a una realtà da comprendere. Non esiste una gerarchia di corpi. Esiste, invece, la responsabilità di parlarne nel modo corretto. Il glossario “Non c’è forma più corretta” offre strumenti pratici per adottare un linguaggio più accurato, fondato sulle evidenze scientifiche e orientato alla persona. Il video manifesto ne esprime il senso più ampio: ricordare che il linguaggio può contribuire a creare un contesto più giusto, più informato, più umano. Scegliere parole appropriate non è un esercizio formale. È un atto di rispetto.È un modo per affermare che la salute non può essere separata dalla dignità.È un passo concreto verso una cultura della cura che non lascia indietro nessuno. Perché ogni cambiamento culturale inizia da una scelta.E ogni scelta passa, prima di tutto, dalle parole.

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13 nov 2025

Temperamatite

In casa nostra il temperamatite è sempre sparito. Quattro figli, decine di astucci, eppure quando serviva - mai una volta che si trovasse. Allora partiva la caccia: nei cassetti, sotto i divani, negli zaini, tra le briciole di merende e le idee a metà. Mi faceva sorridere, ma oggi ci ripenso spesso. Forse è un po’ così anche con noi adulti: i nostri figli, le nostre ragazze e ragazzi, hanno bisogno di un temperamatite - e a volte non lo trovano. Loro sono le matite: alcune nuove e lucide, altre con la punta rotta, altre ancora consumate in fretta, da aspettative troppo alte o da corse senza respiro. Noi siamo lì, con in mano la responsabilità di restituire forma, direzione, fiducia. Ma non sempre ci riusciamo. Perché anche il temperamatite si stanca, si inceppa, si scheggia dentro. A volte, nella fretta di “aggiustare” i nostri figli, giriamo la manovella troppo forte e spezziamo qualcosa. Altre restiamo fermi, bloccati da paure o delusioni. Essere un buon temperamatite non significa modellare secondo il nostro disegno, ma affilare con delicatezza, accompagnare, credere nella possibilità di un nuovo tratto. Le mie quattro matite oggi sono cresciute: ognuna scrive il proprio pezzo di mondo. E io, che credevo di insegnare a disegnare linee dritte, ho scoperto che la bellezza sta nelle curve, nei giri a vuoto, nei tratti incerti. Perché ogni linea storta è vita. E ogni temperamatite che ci prova, anche se sbaglia, lascia comunque un segno d’amore. Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili uscito sul numero di novembre 2025 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".

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17 nov 2025

Iperconnessione: imparare a respirare in un mare di informazioni

Viviamo in un flusso continuo di notifiche, aggiornamenti, video, consigli, allarmi e contenuti che competono per la nostra attenzione. Un oceano che non conosce pause e che chiediamo a ragazze e ragazzi di attraversare senza sempre offrire loro una bussola.È l’effetto combinato di due fenomeni che stanno cambiando le nostre abitudini: l’iperconnessione e l’overload informativo, quella sensazione di “pienezza mentale” in cui non riusciamo più a distinguere ciò che è utile da ciò che è soltanto rumoroso. Come sottolinea la sociologia dei media, lo spazio pubblico con cui entrano in contatto le nuove generazioni è dilatato e frammentato, spesso fonte di sovraccarico informativo più che di vera conoscenza. Per chi educa – in famiglia e a scuola – promuovere benessere digitale in un mondo che chiede presenza continua è una sfida ardua e tutta nuova; una sfida che si vince anche attraverso le parole, perché il linguaggio che scegliamo diventa un modo di prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta accanto. Perché le persone più giovani sono così vulnerabili Bambine, bambini e adolescenti crescono in un ambiente disegnato per catturare attenzione e tempo. Le piattaforme lavorano sui meccanismi della ricompensa immediata, attivando la dopamina, la sostanza che regola piacere e motivazione.Un “mi piace”, una notifica, una nuova missione da completare: piccole scintille che tengono il cervello in allerta e alimentano un ciclo difficile da interrompere. Dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità mostrano che già nel primo anno di vita una percentuale significativa di bambine e bambini trascorre tempo davanti agli schermi, spesso senza mediazione adulta, aumentando il rischio di abitudini digitali poco sane fin dai primi mesi. Un uso intensivo degli schermi può interferire con la memoria operativa, la capacità di concentrazione, l’autoregolazione e le funzioni esecutive. E gli effetti riguardano anche la sfera emotiva: la generazione che ha sempre avuto uno smartphone in mano mostra livelli più alti di ansia, difficoltà emotiva e fatica nel gestire la frustrazione. Non per fragilità individuale, ma per esposizione costante a stimoli a cui non è semplice adattarsi. Una recente analisi di Save the Children Italia conferma questa tendenza: una parte non trascurabile di adolescenti mostra segnali di dipendenza, con impatti su benessere emotivo e capacità di regolare il proprio tempo online. In questa vulnerabilità non c’è colpa: c’è un dato biologico. Ed è qui che l’educazione può fare davvero la differenza. L’esempio delle persone adulte Numerosi studi confermano qualcosa che spesso ci mette a disagio: bambine, bambini e adolescenti imparano il loro modo di stare online osservando come stiamo online noi. Se una persona adulta consulta il telefono a tavola, il messaggio implicito è che la relazione può essere interrotta.Se durante una lezione chi educa guarda ripetutamente le notifiche, il sottotesto è che il digitale ha diritto di precedenza. Non si tratta di puntare il dito, ma di ricordare che la comunicazione non ostile passa anche dalla qualità della presenza.Quando una persona giovane si sente ascoltata senza distrazioni, apprende che la relazione merita spazio e silenzio. È una delle strategie più semplici e più efficaci per contrastare l’uso compulsivo degli schermi. Rivendicare il diritto al silenzio digitale Per molte e molti, soprattutto in adolescenza, il mondo digitale è un ambiente che non ammette pause: se non rispondi subito, sparisci.Eppure il silenzio non è assenza: è protezione. Difendere momenti senza stimoli significa recuperare autonomia cognitiva, la capacità di pensare, immaginare, annoiarsi, trovare soluzioni senza ricorrere subito a uno schermo.La noia non è un fastidio da eliminare: è un motore di creatività e indipendenza emotiva. Parlare di “silenzio digitale” con parole gentili, chiare e prive di giudizio aiuta le persone più giovani a non viverlo come una punizione, ma come una scelta che restituisce respiro. Strumenti semplici per famiglie e scuole Non esistono formule perfette, ma alcune abitudini funzionano come punti di riferimento. Limiti chiari: le indicazioni della Società Italiana di Pediatria possono orientare le famiglie, soprattutto nei primi anni di vita.Spazi liberi da schermi: tavola, camera da letto, momenti dei compiti. Zone protette in cui la relazione torna al centro.Rituali di disconnessione: mezz’ora senza smartphone dopo cena, un pomeriggio al mese “offline”, percorsi condivisi tra scuola e famiglie.Attività alternative: non solo meno schermo, ma più esperienze. Costruzioni, esplorazioni, arte, movimento. Sono azioni quotidiane che costruiscono un’abitudine preziosa: sapersi disconnettere per riconnettersi meglio. Educare alla lentezza in un mondo veloce La tecnologia non è un avversario, e la direzione non è tornare indietro. La sfida è insegnare che non tutto deve accadere subito e che la qualità delle relazioni conta più della rapidità delle notifiche. In questo percorso, il linguaggio è uno strumento potente.Parole gentili aprono spazio all’ascolto, riducono la paura di sbagliare e permettono a bambine, bambini e adolescenti di raccontare vissuti e difficoltà senza timore di giudizio.Parole ostili, invece, aggiungono rumore al rumore e rendono più complicato orientarsi. Promuovere benessere digitale significa sostenere la capacità di scegliere, di aspettare, di ascoltare.E ricordare, insieme alle nuove generazioni, che il vero progresso non corre alla velocità dei pollici, ma alla profondità delle connessioni umane. Per approfondire Chi desidera uno sguardo ancora più ampio sul tema può ascoltare la prima puntata di “Diciamolo bene”, il nuovo podcast di Parole Ostili realizzato in collaborazione con Eni e condotto da Carlotta Valitutti. L’ospite è Vera Gheno, che aiuta a leggere l’iperconnessione e il digitale con la sua lente inconfondibile: attenta, rigorosa, e sempre centrata sulle relazioni.Un ascolto utile per chi vive la scuola, per chi educa e per chi sta cercando nuovi modi per costruire una presenza online più consapevole.

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25 giu 2025

Disinnescare

Mi ha sempre colpita la tenerezza con cui Marco Giallini nel film “Perfetti Sconosciuti” parla di quello strano superpotere che nelle relazioni è la capacità di fare un passo indietro. Dice “Ho imparato a non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi lo trovo saggio.” Una battuta che sembra fargli fare un passo indietro... E invece sta un passo avanti. Disinnescare è proprio la capacità di fare “quel” passo. È la consapevolezza di chi sceglie di trasformare il conflitto in dialogo, di chi scioglie la tensione attraverso il potere della gentilezza. Vale per le coppie, per i dibattiti politici e per i conflitti internazionali. Viviamo tempi in cui le parole corrono veloci, dentro e fuori la Rete. Così come i nostri pensieri. Talvolta troppo ancorati alla pancia (l’istinto) anziché alla testa (la ragione) o ancor più al cuore (le nostre emozioni). Ci stiamo abituando a risposte corrette in tempo reale. Un “ma” di troppo o un commento affrettato, - senza lo spazio per capirsi - diventano ferite aperte e innescano discussioni senza ritorno. Chi disinnesca sa curare tutto questo e permette di fermarsi e respirare. Sì respirare: un lusso che non ci concediamo troppo spesso. Cosa fare allora perché questo verbo diventi un superpotere alla portata di tutti? Un suggerimento da Baricco: “Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente”. Il segreto sarà uno sguardo diverso sugli altri? Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili uscito sul numero di maggio 2025 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".

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29 mag 2025

Giovani in Italia oggi: una generazione superficiale, fragile e smarrita?

La narrazione comune sui giovani è spesso dura: superficiali, fragili, smarriti. Eppure, dai dati del Rapporto Giovani, l’indagine condotta dall'Istituto Giuseppe Toniolo che costituisce da tempo il più completo e dettagliato strumento di conoscenza della condizione giovanile in Italia, emerge altro: apertura, desiderio di relazioni sane, attenzione per sé e per gli altri. Le giovani generazioni più soddisfatte della propria vita sono anche quelle più attente a costruire relazioni basate su rispetto, ascolto, reciprocità. Vogliono superare gli stereotipi di genere, desiderano una genitorialità nuova, un linguaggio più inclusivo. Come scrive il prof. Alessandro Rosina, professore dell’Università Cattolica di Milano e coordinatore del Rapporto Giovani: “I giovani non sono assenti. Hanno desideri forti e idee chiare. Il punto è: diamo loro lo spazio e gli strumenti per partecipare al presente e costruire il futuro?” Perché in un tempo in cui spesso si parla di ragazzi e ragazze, ma raramente lo si fa con loro, il Rapporto Giovani 2025 restituisce una fotografia onesta, complessa, utile. Uno strumento utile per genitori, educatori, comunicatori e giornalisti: per ascoltare senza filtri, capire senza giudicare, raccontare con più precisione la realtà delle nuove generazioni. Il senso della scuola La scuola, per molti giovani, è il primo luogo dove si costruisce l’idea di futuro. Ma attenzione: non per tutti e tutte questo luogo rappresenta un'opportunità. I dati parlano chiaro: tra i giovani che vivono in contesti più fragili, il rischio è che la scuola non venga percepita come una risorsa. Anzi: si insinua la sensazione che "non serva a nulla". Ma se non si parte dal "senso", è inutile parlare di strumenti, supporti, piani didattici. Non un lavoro qualunque Il lavoro continua a essere un perno fondamentale nella vita dei giovani. Ma non basta più che sia "un lavoro e basta". Le nuove generazioni chiedono un impiego che abbia senso, qualità, dignità. Un lavoro che permetta di essere indipendenti, di immaginare un futuro familiare, di vivere con stabilità. Politica: se è concreta, interessa C'è disillusione, sì. Ma non disinteresse. I giovani intervistati raccontano di una politica lontana, chiusa, poco coerente. Eppure, quando si parla di temi locali, diritti, ambiente, si accende l'interesse. C'è una richiesta forte e chiara: più spazi veri di partecipazione. Più coinvolgimento, più ascolto, meno retorica. Perché la partecipazione, quando è reale, crea cittadinanza. Relazioni: oltre gli stereotipi La narrazione comune sui giovani è spesso dura: superficiali, fragili, smarriti. Eppure, dai dati del Rapporto emerge altro: apertura, desiderio di relazioni sane, attenzione per sé e per gli altri. Le ragazze e i ragazzi più soddisfatti della propria vita sono anche quelli più attenti a costruire relazioni basate su rispetto, ascolto, reciprocità. Vogliono superare gli stereotipi di genere, desiderano una genitorialità nuova, un linguaggio più inclusivo. Sempre secondo i dati raccolti, il primo terreno su cui si costruiscono visioni relazionali, ruoli di genere e atteggiamenti verso la violenza è la famiglia. È lì che i ragazzi apprendono – spesso in modo inconsapevole – modelli culturali, relazioni affettive e linguaggi emozionali. E non sempre quei modelli sono positivi. Ad esempio, oltre il 70% dei giovani riconosce come comportamento violento impedire alla partner di avere un conto corrente personale, mentre più del 64% condanna il divieto di lavorare fuori casa. Ma il dato più allarmante riguarda la gelosia, che per molti adolescenti – soprattutto maschi – è ancora percepita come un segno d’amore. Dalla stessa indagine emerge che quasi il 38% dei giovani considera la violenza contro le donne “molto diffusa”, con una netta differenza di genere: lo pensa il 22,3% dei maschi e ben il 50,1% delle femmine. La consapevolezza cresce, ma in modo diseguale. E mentre la società sembra faticare a elaborare una risposta sistemica, l’esperienza vissuta e osservata della violenza – spesso nel contesto familiare o amicale – racconta che il problema non è “altrove”, ma accanto a noi. In questo scenario, qual è il ruolo delle famiglie e della scuola? Cosa possono fare, concretamente, per sostenere il cambiamento culturale in atto? Ne abbiamo parlato con la professoressa Cristina Pasqualini, docente di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ricercatrice nell’ambito delle scienze sociali, con particolare attenzione ai temi delle nuove generazioni, della parità di genere e della prevenzione della violenza sulle donne. È componente dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, per il quale coordina e partecipa a indagini nazionali sui vissuti, gli atteggiamenti e i valori degli adolescenti e dei giovani adulti italiani, in particolare riguardo agli stereotipi di genere, alle dinamiche relazionali e ai fenomeni di violenza. Prof.ssa Pasqualini, in questo 2025 i casi di femminicidio da parte di under 25 sono stati troppi. Cosa non sta evolvendo nella nostra società? Se guardiamo i dati delle ricerche, in particolare quelli dell’indagine “Rapporto Giovani”, notiamo qualcosa di interessante: nella generazione attuale e nelle famiglie che l’hanno generata sembra essere in corso un cambiamento culturale significativo. Le famiglie dei giovani di oggi hanno caratteristiche diverse rispetto alla generazione precedente, in quanto gli stereotipi con cui sono cresciuti stanno cambiando. Con gli strumenti adeguati possiamo immaginare di poter andare verso comportamenti più virtuosi rispetto al passato. Spesso giudichiamo i giovani di oggi senza guardare ai giovani di ieri, cioè a quelli che li hanno cresciuti. Oggi i ragazzi e le ragazze sembrano divisi tra prodotti culturali che promuovono inclusione e altri – come film, musica o libri del genere romance – che rafforzano modelli relazionali disfunzionali. Sono consapevoli di questo? Se ci atteniamo ai dati, possiamo dire che molti giovani oggi hanno fatto esperienza – anche solo indiretta – della violenza. Non parlo solo di violenza subita in prima persona, ma anche osservata: episodi avvenuti in famiglia, tra amici, o nel proprio ambiente più vicino. Hanno visto madri, sorelle, amiche subire violenza. Questo ci dice che la violenza non è un fenomeno distante, astratto: è dentro le case. Tendiamo a guardare la violenza come un problema “altro”, che riguarda l’immigrazione o Internet. Ma non è così. La violenza è tra noi. E poi c’è un evento che ha rappresentato uno spartiacque: il caso di Giulia Cecchettin. È stato diverso dagli altri perché ha fatto scattare qualcosa nei giovani. Hanno cominciato a informarsi davvero, a cercare fonti attendibili, a prendere consapevolezza. Hanno capito che la violenza non è solo un rischio per “gli altri”, ma può riguardare chiunque. Cosa ha reso così rilevante il caso Cecchettin rispetto ad altri femminicidi? Credo siano due i fattori. Il primo: la società era pronta, c’era già in atto un cambiamento culturale. Il secondo: la narrazione è stata diversa. Il comportamento del padre e l’attivismo della sorella hanno avuto un impatto enorme. Non c’è stata rabbia cieca o desiderio di vendetta, ma una richiesta di trasformare il dolore in qualcosa di utile, affinché non accada più. È stato potente. Forse per la prima volta abbiamo visto una famiglia reagire così. È stato un insegnamento per tutti. Qual è, oggi, il ruolo delle famiglie e della scuola in questo cambiamento? Cosa possono fare concretamente? Famiglie e scuole oggi sono fragili, fanno fatica. Ma restano due pilastri educativi fondamentali. Andrebbero sostenute di più dal sistema Paese, insieme alle altre agenzie educative. Serve davvero un’alleanza educativa, e non solo a parole. Dobbiamo lavorare a livello territoriale, nazionale e internazionale per trasmettere un messaggio comune: la violenza non deve più esistere.Questo non si ottiene con misure coercitive, ma con percorsi educativi, esempi virtuosi, testimonianze reali. I ragazzi stessi ci chiedono educazione alla parità di genere. Allora diamogliela. In famiglia, con comportamenti rispettosi tra i genitori. A scuola, con insegnanti che rispettano gli studenti – e viceversa. Serve reciprocità, rispetto, buone pratiche. Così si creano gli “anticorpi” che serviranno nella vita adulta, nei contesti più complessi. In questo processo, i social media aiutano o ostacolano il cambiamento? I social fanno parte del mondo dei ragazzi, non possiamo ignorarli. Personalmente li considero uno strumento, non un nemico. I rischi ci sono, certo, ma si può e si deve imparare a usarli in modo consapevole. All’università, i miei studenti mi hanno raccontato episodi inquietanti: video compromettenti condivisi nei gruppi WhatsApp, sondaggi offensivi, commenti assurdi. Eppure, alcuni di loro iniziano a prendere le distanze, a scegliere di non alimentare questi comportamenti. Alcuni agiscono, denunciano, parlano. Non sono insensibili. Hanno capito, almeno in parte. E anche solo un “semino” di consapevolezza, se piantato bene, può dare frutto. Per questo dobbiamo continuare a seminare. Ognuno faccia la sua parte. Il Rapporto Giovani 2025 è da pochi giorni in libreria. Un invito alla lettura per chi vuole comprendere davvero la realtà delle nuove generazioni. E un invito all'ascolto per chi lavora con le parole, con le persone, con l'informazione.

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21 mag 2025

L’Inspiration porn non riguarda contenuti per adulti

Inspiration porn. No, non è un’espressione che riguarda i contenuti per adulti. Ha a che fare con lo sguardo che la società riserva alle persone con disabilità. Il termine è stato coniato dall’attivista e scrittrice Stella Young, che con ironia e coraggio ha denunciato un modo ricorrente — e profondamente scorretto — di rappresentare la disabilità: quello per cui le persone con disabilità vengono trasformate in oggetti di ispirazione per il solo fatto di esistere. Facciamo degli esempi concreti di inspiration porn: “Se ce l’ha fatta lui, che è in sedia a rotelle, allora posso farcela anch’io.” “È cieca, eppure va a scuola tutti i giorni. Che forza!” “Guardate che esempio: nonostante tutto, sorride.” Ecco, questo è inspiration porn. Una narrazione che, anche senza volerlo, riduce le persone con disabilità a strumenti motivazionali per chi disabile non è. È un meccanismo subdolo: mette in scena storie che dovrebbero “ispirare” ma in realtà semplificano, edulcorano, banalizzano. Perché una persona con disabilità non è una “lezione di vita ambulante”. È una persona. Punto. Con sogni, limiti, desideri, giornate storte, passioni, successi. Proprio come chiunque. Perché inspiration porn è una cosa negativa? Perché, magari veicolato da una campagna pubblicitaria o da un post social ben intenzionato, può rafforzare gli stereotipi, alimentare la pietà, oscurare le battaglie quotidiane per l’accessibilità, il lavoro, la piena cittadinanza. Non si tratta di fare i conti con la sensibilità. Si tratta di giustizia. Allora cosa possiamo fare? Raccontare storie vere, senza sovraccaricarle di eroismo. Dare spazio alle voci delle persone con disabilità, senza interpretarle. Evitare lo sguardo “dall’alto in basso”, che trasforma il vissuto altrui in una pillola motivazionale per chi guarda. Usare parole che rispettano, che non semplificano, che non riducono. La disabilità non è ispirazione a comando. È esperienza. È presenza. È parte della società. E merita, come ogni altra, rispetto, ascolto, linguaggio giusto.

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