Odio. Rabbia. Violenza.
Episodi che non sono fatti isolati, ma il sintomo di un problema più profondo.
Perché chi urla contro un’arbitra sta dicendo a tutte le bambine che quel ruolo non è per loro. Chi insulta una giocatrice per la sua pelle sta dicendo a tutti che il talento si misura con il pregiudizio. Chi minaccia adolescenti che arbitrano un torneo sta dicendo che l’autorità si contesta con la prepotenza, non con il confronto.
Anche le parole che scegliamo sugli spalti creano cultura, forgiano comportamenti, modellano il modo in cui le giovani generazioni si percepiscono e percepiscono il mondo.
Abbiamo approfondito il tema con Alberto Pellai, medico psicoterapeuta dell’età evolutiva e figura di riferimento per il parenting e la psicologia evolutiva in Italia.
Prof. Pellai, cosa spinge alcuni adulti a trasformare una partita giovanile in un’arena di insulti e violenza verbale? È solo frustrazione o c’è un problema educativo più profondo?Quando gli adulti assistono alle competizioni sportive dei propri figli, spesso entrano in una mentalità agonistica. Guardano i ragazzi con lo stesso sguardo con cui osserverebbero un preparatore atletico, come se il loro unico obiettivo fosse la vittoria. Questo li porta a "scendere in campo" con loro, perdendo il controllo sulle proprie emozioni e reazioni.
Il problema è che, da spettatori e tifosi, diventiamo molto più vulnerabili agli impulsi emotivi e ai nostri pensieri. Se non siamo persone capaci di autoregolazione, ogni evento sul campo può diventare un innesco che scatena le nostre peggiori reazioni. Ecco perché alcuni genitori finiscono per perdere completamente il controllo: travolti dall’agonismo, dimenticano il proprio ruolo e si lasciano andare a comportamenti impulsivi e aggressivi.
In questi momenti, si smarriscono i confini tra il sostegno sportivo e l’iper-competitività, fino a dimenticare che in campo non ci sono adulti professionisti, ma solo ragazzi e ragazze che stanno giocando. Non è la finale di Champions League, è semplicemente una partita tra coetanei. Il genitore, invece, dovrebbe essere il primo allenatore emotivo dei figli, accompagnandoli in un’esperienza di crescita. Guardare una partita dovrebbe significare vedere i propri figli divertirsi, mettersi alla prova e comprendere che ciò che conta non è vincere o perdere, ma partecipare.
Quali sono le conseguenze psicologiche e comportamentali sui giovani atleti quando gli insulti arrivano proprio da chi dovrebbe sostenerli, ovvero le figure genitoriali?I giovani soffrono molto nel vedere i propri genitori perdere il controllo. Questo per due motivi principali: innanzitutto, un adulto che si lascia andare a reazioni incontrollate può risultare spaventoso. I ragazzi si aspettano che i genitori sappiano sempre fare la cosa giusta, e quando li vedono comportarsi nel modo peggiore possibile, provano un senso di disorientamento.
Inoltre, c’è un altro aspetto da considerare: molti giovani, osservando i propri genitori in preda all’agitazione, sperimentano un profondo senso di imbarazzo e vergogna. Non è raro che, nelle sedute con uno psicologo, alcuni ragazzi esprimano il desiderio di non avere i propri genitori sugli spalti, proprio perché li trovano eccessivi.
Bambini e adolescenti imparano più dalle parole o dagli esempi? Quanto è pericoloso, per la loro crescita, assistere a comportamenti di odio e discriminazione proprio da parte dei genitori? Gli adulti sono modelli di riferimento: con il loro comportamento insegnano, anche inconsapevolmente, come si sta al mondo. Per questo motivo, i genitori dovrebbero porsi limiti e sviluppare capacità di autoregolazione. Un adulto arrabbiato non dovrebbe lasciarsi andare a esplosioni di rabbia, ma piuttosto mostrare a un figlio come gestire ed elaborare questa emozione in modo maturo ed evoluto.
Quando un genitore si comporta in modo aggressivo sugli spalti, sta insegnando – direttamente o indirettamente – che la rabbia e la frustrazione devono essere sfogate in modo violento. I figli, partita dopo partita, interiorizzano questo modello e lo riproducono nella loro vita.
Le ricerche confermano che un bambino esposto a figure di riferimento prepotenti e aggressive tenderà a incorporare questi stessi atteggiamenti nel proprio modo di interagire con gli altri. Se un figlio vede il proprio genitore urlare, insultare o aggredire qualcuno, imparerà che quello è un comportamento accettabile. E così, giorno dopo giorno, la violenza verbale e la sopraffazione diventeranno parte della sua normalità.
Solidarietà a Selvaggia Lucarelli
Continuiamo a parlare di normalizzazione dell’odio. E dagli stadi ci spostiamo addirittura… a teatro, dove il dileggio e la denigrazione personale diventano intrattenimento.
Durante le recenti rappresentazioni dello spettacolo “Gurulandia”, andato in scena a Milano e Torino, Fabrizio Corona ha rivolto commenti offensivi nei confronti della giornalista Selvaggia Lucarelli e del suo compagno, Lorenzo Biagiarelli.
Nel corso della serata, alcuni momenti hanno suscitato reazioni nel pubblico, tra cui un episodio in cui Corona ha interagito con una sagoma raffigurante Lucarelli, gesto che è stato ripreso, diffuso e amplificato sui social. La giornalista ha denunciato l’accaduto tramite il proprio profilo Instagram, condividendo alcuni video e audio della serata e commentando la scelta del Teatro Nazionale di Milano di ospitare lo spettacolo.
Ricordiamoci che l’abitudine ad assistere e ad usufruire di questo tipo di contenuti si trasforma in cultura.