
Ciao! In questa newsletter trovi una notizia, un’intervista, un trend e una parola che forse ancora non conoscevi. E, come sempre, una selezione di spunti e segnalazioni per iniziare la settimana con il sorriso e un pizzico di consapevolezza in più. Buona lettura! Un Met Gala di polemiche e proteste Lunedì 5 maggio si è tenuto a New York il Met Gala, uno degli eventi mondani più celebri al mondo che si tiene ogni anno al Metropolitan Museum of Art di New York per inaugurare la mostra del Costume Institute e raccogliere fondi per il dipartimento moda del museo. Nel tempo è diventato un fenomeno mediatico e culturale, famoso per i suoi dress code, gli outfit a volte estremi e i nomi dei partecipanti. Quest’anno ha acceso particolari dibattiti, ma non per gli abiti sfoggiati sul red carpet dalle celebrità. Al centro delle polemiche c'è stata la scelta di Jeff Bezos e sua moglie Lauren Sanchez come sponsor principali dell'evento, grazie a una cospicua donazione di 10 milioni di dollari. La reazione non si è fatta attendere. Gruppi di attiviste e attivisti hanno tappezzato New York di manifesti e striscioni con slogan come "Boicotta il Met di Bezos" e "Se puoi comprare il Met Gala, puoi pagare più tasse". I sindacati dei lavoratori e delle lavoratrici Amazon hanno organizzato una sfilata di protesta parallela. E qualcuno ha pensato bene di introdurre all'interno del museo circa 300 bottigliette piene di liquido giallo: un riferimento diretto alle denunce di chi, nei magazzini Amazon, ha raccontato di non potersi permettere nemmeno una pausa per andare in bagno.
Ciao! Il 1° maggio, dopo sei anni di lotta, Alex Zanardi ci ha salutato. Noi di Parole O_Stili vogliamo ricordarlo così come lo abbiamo conosciuto: come un uomo capace di parlare di vita e di scelte con parole leggere, ma mai superficiali. Lo ha fatto durante l'edizione 2020 del Festival della comunicazione non ostile, svoltasi online a causa della pandemia di Covid19. Abbiamo riascoltato questa mattina il suo intervento in occasione della presentazione del Manifesto della comunicazione non ostile e inclusiva e quello che ha accompagnato la nascita del Manifesto della comunicazione non inclusiva per lo sport e ci abbiamo ritrovato ciò che Alex sapeva fare meglio: prendere le cose difficili e restituirle con una chiarezza che arricchisce, senza semplificare o banalizzare. La sua storia è stata, è ancora e sarà sempre un simbolo di positività e coraggio, e la prova che le parole che scegliamo per raccontarci e raccontare quello che ci succede possono portare luce anche dove non sembra esserci più spazio per sperare. Grazie, Alex. Una lezione di parole e diplomazia Il 28 aprile, davanti al Congresso degli Stati Uniti, Re Carlo III ha tenuto un discorso che in molti hanno già definito un piccolo capolavoro diplomatico. In un momento di forti tensioni internazionali che richiedono una navigazione delicatissima, il sovrano britannico ha scelto infatti lo strumento più sottile che il linguaggio mette a disposizione: l’ironia.
Ciao! Succede ogni volta: basta riaprire il tema social e adolescenti perché il dibattito prenda subito la stessa direzione. Nuove restrizioni, nuove soglie d’età, nuove richieste. Che il digitale abbia bisogno di regole più chiare e piattaforme più responsabili è fuori discussione. Ma molti limiti esistono già: l’accesso alle maggiori piattaforme social sotto ai 14 anni, almeno formalmente, è da tempo regolato. Eppure questo non è bastato a costruire un ambiente davvero più sano, più trasparente o più sicuro. Il problema non è solo aggiungere nuove norme Forse allora la domanda non è soltanto quali nuove misure introdurre, ma perché quelle che abbiamo continuino a non funzionare fino in fondo. Il rischio, altrimenti, è sempre lo stesso: spostare il peso del problema quasi interamente sulle persone più giovani. Si continua a discutere di ciò che ragazze e ragazzi dovrebbero imparare, dei limiti che dovrebbero rispettare, delle autorizzazioni che dovrebbero ottenere per stare online. Molto meno di frequente ci chiediamo quanto siano preparate le persone adulte, che quel mondo digitale lo abitano ogni giorno insieme a loro. Noi adulti non siamo spettatori Genitori, insegnanti, lavoratori e cittadini non osservano queste dinamiche dall’esterno: ne fanno parte. Vivono gli stessi meccanismi di cattura dell’attenzione, la stessa fatica a sottrarsi alla connessione continua, la stessa dipendenza da notifiche e approvazione. Non stiamo chiedendo ai più giovani di imparare a gestire qualcosa da cui noi adulti siamo immuni. Stiamo chiedendo a loro di essere più forti dentro un ecosistema in cui spesso noi per primi ci muoviamo con scarsa consapevolezza.
Ciao! Di solito questo Megafono serve a dare voce agli altri, a stanare le parole ostili e a seminare gentilezza. Oggi però, fateci fare un po’ di "rumore" diverso. Non è autocelebrazione (sapete che preferiamo i fatti ai proclami), ma è pura gratitudine condivisa. Giovedì scorso Parole O_Stili è salita sul palco di The PRize e siamo tornati a casa con due premi che raccontano una storia di cura e responsabilità. Cos’è The PRize? Un prestigioso riconoscimento italiano dedicato all'eccellenza, all'innovazione e al talento nel campo delle Relazioni Pubbliche (PR) e della comunicazione. Promosso da UNA (Aziende della Comunicazione Unite), con la guida di PR Hub, il premio mira a valorizzare i progetti e le campagne che ridefiniscono il linguaggio e l'impatto della comunicazione in Italia. Il primo riconoscimento è andato a “Non c’è forma più corretta”, il progetto nato per restituire dignità e rispetto al racconto dell’obesità che quest’anno è diventato anche internazionale. Insieme a Eli Lilly Italia, abbiamo ricevuto il Bronzo nella categoria Purpose-Driven & ESG Communication. È la prova che le parole non sono mai solo "etichette", ma strumenti che possono abbattere muri e costruire ponti di inclusione, specialmente laddove il pregiudizio è più radicato.
Ciao! La settimana scorsa è successo qualcosa che non succedeva da un po’: abbiamo alzato gli occhi al cielo non per la frustrazione o la rassegnazione, nonostante il Presidente Trump non abbia mancato di farcelo fare con la minaccia di distruzione della civiltà iraniana in quattro ore o le recentissime dichiarazioni su Papa Leone, ma per guardare la Luna e seguire il viaggio di Artemis II.
Ciao! Il 25 marzo un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la sua insegnante di francese all’esterno di una scuola media in provincia di Bergamo, ferendola gravemente. Ha pianificato il gesto, lo ha comunicato e ha ripreso in diretta su Telegram e si è presentato in classe con una maglietta con su scritto "vendetta". Chiara Mocchi, questo il nome della professoressa, oggi è fuori pericolo. Dal letto dell'ospedale ha scritto una lettera ai suoi studenti e alle sue studentesse: “non porto rabbia né paura nel cuore”, ha raccontato, e vuole tornare in classe. Soprattutto tra chi fa più fatica, "come forse quello che mi ha colpito, che nel profondo non saprà neanche perché". Parole su cui abbiamo ritenuto importante soffermarci. Perché in mezzo a tutto il rumore che ha circondato questa vicenda, tra analisi, reazioni politiche e il dibattito che ha acceso i social, la voce di Chiara Mocchi ha scelto di allontanarsi dalla punizione e dalla repressione, per abbracciare la relazione. La scuola come luogo in cui si torna, anche dopo. Questo non significa minimizzare quello che è successo. Significa provare a guardare oltre, senza fermarsi alla superficie di un gesto che fa paura e che, proprio per questo, rischia di essere letto solo come emergenza da gestire piuttosto che come segnale da comprendere. Per farlo abbiamo chiesto aiuto a Stefano Rossi, psicopedagogista nonché uno dei massimi esperti di adolescenza in Italia, che puoi trovare in libreria con una ricca selezione di titoli. Tra questi, Genitori in ansia, edito da Feltrinelli. Un titolo che accompagna i genitori nell’esplorazione del proprio mondo interiore, in un percorso di consapevolezza per diventare le guide adulte, autentiche, sicure e riflessive di cui figli e figlie hanno davvero bisogno. Gli abbiamo fatto tre domande: la prima risposta la lasciamo qui, le altre le trovi sul nostro sito. Quando succede qualcosa come quello che è accaduto a Trescore Balneario la reazione più immediata è sempre quella punitiva: più severità, più controllo, più espulsioni. Dal tuo punto di vista, è davvero questa la soluzione? Quando accadono vicende come quella di Bergamo, effettivamente la punizione viene spesso invocata. Ma spesso chi invoca la punizione, la invoca da un punto di vista reattivo. È più una rivalsa e, paradossalmente, sembrerebbe quasi una vendetta contro un adolescente che a scuola ha fatto quello che ha fatto nel segno della vendetta. Ora, la verità è che gli adolescenti in generale hanno comportamenti auto o eterodistruttivi, cioè fanno male agli altri o fanno male a se stessi, tutte le volte che non riescono a tenere a mente le loro emozioni. Quando le emozioni diventano incontenibili, quando l'adolescente non riesce a pensarle sentendo l'impatto che potrebbero avere sull'altro, ecco che allora il corpo diventa un'arma. Questo significa però che l'unica vera prevenzione possibile è l'educazione emotiva. Perché, la logica della punizione non alimenta nessuna forma di prevenzione, non dà gli strumenti agli adolescenti per capire come funziona la propria mente e come funziona la mente degli altri.
Ciao! I seggi sono chiusi da (circa!) tre ore e da almeno due non si fa altro che parlare di dati, sondaggi, presunte irregolarità e proiezioni. Ma forse, prima ancora di fermarsi al risultato, c’è qualcos’altro che vale la pena guardare: l’affluenza. In un momento in cui la partecipazione al voto è spesso data per incerta se non proprio inesistente, quasi il 60% delle persone aventi diritto è andato alle urne. Perché l’affluenza non è solo un numero, è una forma di comunicazione. È il modo in cui una comunità sceglie di esserci, di prendere posizione e di non rimanere spettatrice – anche quando può farlo, come nel caso del referendum, solamente con due piccolissime parole. Un Sì e un No. Ma anche le parole più piccole e semplici sono importanti e sono capaci di dire tanto — soprattutto quando siamo in tanti e tante a sceglierle di usarle. In questa newsletter, invece, abbiamo scelto di usarle per raccontarti tre notizie. Sono più leggere di quelle che hai letto nelle settimane scorse, non perché siano mancate le cose di cui parlare ma proprio per smorzare un po’ la tensione di questo periodo così intenso. Non ti diciamo altro, ti lasciamo il gusto di scoprirle una ad una. Buona lettura! Gotta map ‘em all! Quando è stato rilasciato, nell’estate del 2016, Pokémon Go è diventato un vero e proprio fenomeno globale che, sfruttando la realtà aumentata, ha portato milioni di persone fuori casa, tra città e parchi, alla ricerca di Pokémon da catturare tramite smartphone.
Ciao! Mancano pochissimi giorni a un appuntamento che potrebbe cambiare il volto delle nostre istituzioni. Domenica 22 e lunedì 23 marzo potremo votare per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Non è solo una questione di tecnicismi legali: è un importante momento di partecipazione che sta entrando nel vivo proprio in queste ore. Dopo una fase iniziale più prudente, e a fronte di una rimonta nei sondaggi del "No", il governo ha scelto di esporsi con forza: interviste, eventi e massicci spazi pubblicitari. A far discutere è stato soprattutto il video pubblicato sui social dalla presidente del Consiglio per invitare al voto per il "Sì". Un cambio di passo netto nella comunicazione politica, che ha cercato di farsi "pop" utilizzando persino Per sempre sì, il brano vincitore di Sanremo, durante i comizi. Una scelta che ha sollevato polemiche, con l'artista Sal Da Vinci che ha dovuto chiarire di non aver mai autorizzato l’uso politico del brano, invitando a non confondere il messaggio di una canzone con la propaganda. Ma il tentativo di intercettare l’attenzione si sta giocando ovunque, soprattutto online. Se la politica tradizionale fatica a riempire le piazze, la sfida si è spostata sui social e ha preso forme diverse. Il fronte del Sì ha provato a rivolgersi ai più giovani con Cittadino Zero, un influencer virtuale creato con l’IA per spiegare la riforma con linguaggi vicini al mondo digitale. Il fronte del No, invece, ha scelto la strada della divulgazione affidandosi a voci molto riconoscibili come Alessandro Barbero, Pif e agli Oblivion, capaci di trasformare un tema costituzionale in contenuti condivisibili, ironici e immediati.
Ciao! Siamo così stanchi delle brutte notizie che stiamo iniziando a trovarle normali. Lunedì scorso abbiamo riflettuto su questo: sul senso di impotenza che proviamo e su come ormai accettiamo che fatti tragici e contenuti leggeri convivano senza distinzione. Negli ultimi giorni questa sensazione si è fatta ancora più evidente. Mentre in Iran continua l’escalation militare, l’account Instagram ufficiale della Casa Bianca ha pubblicato un video degli attacchi accompagnato dalla Macarena. E se è vero che in questi giorni i social si sono riempiti di meme, ironie e contenuti che trattano la guerra con il linguaggio rapido della piattaforma, vedere una delle istituzioni più potenti al mondo usare gli stessi registri per raccontare le azioni militari di cui è responsabile, oltre che protagonista, apre inevitabilmente un altro livello di riflessione. Perché qui non si tratta soltanto di cattivo gusto: quando un governo sceglie di raccontare bombardamenti e operazioni militari con il codice dell’intrattenimento, sta trasformando la violenza in un contenuto da far circolare, come a volerlo rendere digeribile. E lo stesso disagio lo producono anche altri contenuti istituzionali, come quelli diffusi dall’esercito israeliano, dove il linguaggio visivo e narrativo sembra sempre più spesso costruito per aumentare la distanza emotiva tra chi guarda e ciò che accade. Forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti del presente: scherzare sulla guerra sta diventando una pratica comunicativa sempre più frequente anche da parte di chi quella guerra la decide, la guida o la legittima. Con conseguenze che, purtroppo, scopriremo direttamente sulla nostra pelle. Il presente nei numeri, il futuro nelle idee La settimana scorsa è stato pubblicato il Rendiconto di genere dell’INPS e la fotografia che questo documento ci restituisce è tutto tranne che positiva. Il report infatti mette in luce come nel nostro Paese il mondo del lavoro sia segnato da pesanti squilibri di genere, con un tasso di occupazione femminile fermo al 53,3%, quasi diciotto punti sotto quello maschile, il divario salariale che supera il 25% e le pensioni femminili fino al 46% più basse. Dietro questi numeri ci sono storie di carriere discontinue, una maggiore esposizione alla precarietà e un carico di cura che continua ancora a ricadere soprattutto sulle donne, con conseguenze concrete sulla loro vita e carriera professionale. Sono dati che parlano al presente, ma che diventano ancora più significativi se letti in una prospettiva futura, affiancandoli ad una ricerca realizzata da Ipsos per il King's College London e ripresa dal The Guardian. Secondo questo studio, infatti, i ragazzi che appartengono alla GenZ sono più maschilisti e patriarcali di quanto non lo siano i loro padri. Un terzo dei ragazzi intervistati, tutti nati tra il 1997 e il 2012, pensa che, nelle decisioni importanti di famiglia, l’ultima parola debba spettare al marito. Più del doppio rispetto ai baby boomer, tra cui questa convinzione riguarda appena il 13%. Il 24% ritiene inoltre che una donna non dovrebbe essere troppo indipendente, mentre il 21% pensa che una “vera donna” non dovrebbe prendere l’iniziativa in campo sessuale. Fa riflettere, vero? Anche perché nell’immaginario comune le nuove generazioni sono spesso associate a maggiore apertura e a una mentalità più progressista. E non a torto, visto che su molti temi i dati lo confermano: dall’attenzione per la salute mentale al rapporto tra vita privata e lavoro. Proprio per questo colpisce ancora di più lo scarto che emerge qui, dove riaffiorano visioni molto tradizionali dei ruoli di genere. Un tema che resta delicato anche nel dibattito pubblico: basti pensare alla recente bocciatura in Parlamento della proposta di congedo parentale paritario, che avrebbe equiparato i mesi di congedo per madri e padri. Se chi oggi cresce dentro un mondo che discute apertamente di parità continua ad assorbire modelli così rigidi e vecchi, significa che il cambiamento richiede un investimento educativo ancora più consapevole. Perché le idee con cui le nuove generazioni imparano a leggere le relazioni e il mondo non restano astratte, ma si traducono in cultura, lavoro, linguaggio e scelte collettive. E se non vengono messe in discussione, rischiano di trasformare il futuro in una semplice prosecuzione delle stesse disuguaglianze che oggi continuiamo a misurare. Parole che curano, in tutta Europa Il 4 marzo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Obesità, abbiamo lanciato insieme a Lilly Italia, con il patrocinio di Associazione Amici Obesi, la seconda tappa di un percorso iniziato lo scorso anno con il glossario “Non c’è forma più corretta”. Premiato con il riconoscimento nella Categoria Awareness del premio “Patient Engagement Award” promosso da Helaglobe, il progetto oggi si allarga e attraversa i confini nazionali con tre traduzioni già disponibili e altre presto in arrivo. Un passaggio importante, per continuare a promuovere la decostruzione degli stereotipi su questa patologia cronica complessa e il rispetto verso chi ci convive ogni giorno, scegliendo parole capaci di riconoscere complessità, dignità e diritto alla cura.
Ciao! Se anche tu in questi giorni hai avuto la sensazione di sperimentare la convivenza di realtà apparentemente inconciliabili, sappi che sei in buona compagnia. Da una parte la leggerezza e lo spettacolo del Festival di Sanremo, dall’altra le immagini e le notizie che arrivano dall’Iran, l’escalation militare, il conflitto che torna protagonista dei nostri pensieri e delle nostre preoccupazioni minacciando, ancora una volta, di ridisegnare gli equilibri mondiali. Questa frattura ha un nome: dissonanza cognitiva collettiva. È la coesistenza di emozioni opposte nello stesso tempo e nello stesso spazio mentale. Cercare un momento di leggerezza mentre nel mondo accadono tragedie non è indifferenza: è una forma di tutela. L’esposizione continua a notizie drammatiche può generare quella che la psicologia chiama compassion fatigue, una stanchezza emotiva che non ci rende meno sensibili, ma più fragili. Parlare di Sanremo o commentare le ultime notizie delle Olimpiadi Invernali non è un tentativo di rimuovere qualcosa che non vogliamo vedere, ma un modo per trovare respiro. Il punto non è scegliere tra profondità e distrazione, ma restare consapevoli: possiamo commentare una canzone e riflettere su una guerra. Non è superficialità, è la complessità del presente. Viviamo tempi che chiedono profondità, ma anche umanità. E le parole, se usate con cura, servono proprio a questo: a tenere insieme anche ciò che sembra inconciliabile. Cosa succede in Iran In Iran la situazione è drammatica. Epic Fury e Roaring Lion, le operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele iniziate il 28 febbraio, hanno colpito la capitale e diverse infrastrutture strategiche iraniane. Durante gli attacchi è rimasto ucciso Ali Khamenei, leader supremo del Paese e simbolo del regime iraniano. La risposta di Teheran non si è fatta attendere, con missili lanciati su Israele e sulle basi statunitensi nel Golfo, minacce di ritorsioni “feroci” e la chiusura immediata dello spazio aereo. Mentre la violenza continua anche in queste ore, le parole che raccontano l’escalation costruiscono un campo semantico preciso, come dimostrano le dichiarazioni di Donald Trump: "La politica degli Stati Uniti [...] è sempre stata quella di garantire che questo regime terroristico non possa mai possedere un'arma nucleare. Lo ripeto. Non potranno mai avere un'arma nucleare." "Ai membri della Guardia Rivoluzionaria Islamica, alle Forze Armate e a tutta la polizia, dico stasera che dovete deporre le armi e godere della completa immunità, altrimenti andrete incontro a morte certa. Verrete trattati equamente, con immunità totale, oppure andrete incontro a morte certa." In Italia la copertura mediatica è stata intensa, con picchi di ascolto molto alti nel corso del fine settimana, raccontando l'evento come un "attacco preventivo" contro possibili minacce nucleari e missilistiche iraniane.
Ciao! Oggi si è aperta ufficialmente la “settimana santa” di Sanremo. In attesa di goderci la magia e lo spettacolo delle prossime serate, abbiamo giocato d’anticipo e dato uno sguardo alla vere protagoniste della kermesse: le canzoni. O meglio, le parole con cui sono scritte. Se ci segui su TikTok potresti aver già avuto un piccolo spoiler, ma anche quest'anno la parola più ricorrente sul palco dell’Ariston sarà “amore”. Non l’amore da favola, però: quello di cui canteranno tanti artisti e artiste è un sentimento imperfetto, fragile, spesso attraversato da ansia e dipendenze emotive. Nei testi in gara compaiono relazioni complicate, identità in costruzione, crescita personale raccontata come fatica più che come traguardo. È un Festival che parla molto di interiorità e di inquietudini private che diventano condivise.
Ciao! Settimana intensa, vero? Abbiamo messo insieme alcune delle notizie che ci hanno colpito di più. Buona lettura! La squalifica del giornalismo Le Olimpiadi si misurano in medaglie, ma anche in parole. Le parole scelte dai media contribuiscono a costruire l’immaginario collettivo, a orientare lo sguardo, a definire ciò che consideriamo normale. E quest’anno, a finire sotto osservazione, non sono stati solo gli atleti e le atlete in gara, ma proprio le modalità con cui il giornalismo ha scelto di raccontarli. I giornalisti di Rai Sport hanno annunciato il ritiro delle firme dalle telecronache e dai servizi olimpici fino al termine dei Giochi, in segno di protesta contro la direzione di Paolo Petrecca dopo una cerimonia di apertura segnata da imprecisioni e gaffe. Nel comunicato si parla di danno all’immagine professionale e di una gestione editoriale inadeguata. Una vicenda che riporta al centro un tema spesso invisibile ma fondamentale: la qualità dell’informazione come responsabilità, editoriale e non solo. Le gaffe di Petrecca, arrivate persino sul New York Times e sul Washington Post, non sono state le uniche in cui il giornalismo italiano (ma non solo) è incappato in questi giorni. Ha fatto discutere il caso di Jutta Leerdam, la pattinatrice olandese che ha conquistato l’oro nei 1000 metri di speed skating, firmando un nuovo record olimpico. Ma Leerdam è anche la compagna di Jake Paul, pugile e youtuber statunitense, e inmolti l’hanno citata prima per questa relazione che per il record stabilito. Altri si sono concentrati sul suo aspetto fisico, sulla zip della tuta abbassata durante i festeggiamenti, sul trucco sciolto dalle lacrime. Maurizio Crosetti, ad esempio, l’ha descritta su Repubblica come una “dolce Venere di rimmel” e “una Chiara Ferragni senza pandoro”.
Ciao! Questa settimana iniziamo senza troppi preamboli, con una storia che chiede tutta la nostra attenzione. È una storia raccontata dal Corriere dal punto di vista di una madre che prova a rompere il silenzio intorno alla violenza che sua figlia di 14 anni subisce ogni giorno nella chat di classe. Parole di scherno e derisione che arrivano da mesi, già dalle prime ore del mattino. Quello raccontato dal Corriere non è un caso isolato. Nel corso del 2025, Telefono Azzurro ha gestito in Italia 181 casi di bullismo e 24 casi di cyberbullismo. Secondo lo studio ESPAD Italia 2024, oltre un milione di studenti e studentesse tra i 15 e i 19 anni ha subito episodi di cyberbullismo nel corso dell’ultimo anno e il 32% degli adolescenti dichiara inoltre di aver agito almeno una volta come cyberbullo. Le forme di aggressione più diffuse passano proprio dalle chat di gruppo, con modalità diverse tra ragazzi e ragazze, ma con un elemento comune: la difficoltà di interrompere dinamiche che si alimentano nella quotidianità digitale. È per questo che il contrasto a bullismo e cyberbullismo non può essere delegato a singoli interventi o alla sola buona volontà delle famiglie. Serve una responsabilità adulta condivisa. Episodi come questo, quando non si trasformano in tragedia, non sono “ragazzate” ma segnali chiari di dinamiche che si costruiscono nel tempo e che vivono nell’assenza di intervento. Dinamiche la cui responsabilità non ha nulla a che fare con l’eventuale fragilità della persona bullizzata, e tutto a che fare con il contesto che rende possibile la violenza. Come ha sottolineato la nostra Presidente in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, “la responsabilità delle parole non è solo di chi le pronuncia, dei ragazzi e delle ragazze che scelgono di dirle o non dirle: è prima di tutto di noi adulti, che abbiamo il dovere di osservarli, ascoltarli, accompagnarli nella vita.” Parole O_Stili crede che il contrasto a bullismo e cyberbullismo passino necessariamente da un presa di parola consapevole: rimanere in silenzio significa tollerare e avallare la violenza. Per questo abbiamo deciso di rispondere a questa madre con una lettera aperta nata grazie al contributo di Barbara Laura Alaimo, pedagogista e formatrice.
Ciao! Questa settimana abbiamo raccolto per te una serie di storie diverse, tenute insieme dal filo comune delle parole. Quelle che circolano negli spazi digitali, quelle che finiscono al centro di leggi e processi, quelle che provocano, dividono o mettono a disagio. Parole che non vivono mai da sole, ma dentro contesti, relazioni e scelte. Le abbiamo messe in fila, non per dare risposte definitive, ma per provare a leggere meglio cosa ci raccontano del presente che stiamo attraversando e del modo in cui lo abitiamo, ogni giorno. Iniziamo? Okay, andiamo! Le vibes delle Olimpiadi Invernali Venerdì 6 febbraio, lo Stadio di San Siro a Milano ospiterà la Cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, segnando ufficialmente l’inizio dei Giochi. Nello stesso giorno, anche i territori coinvolti saranno protagonisti di festeggiamenti e momenti simbolici, con un obiettivo dichiarato: diffondere lo spirito olimpico oltre lo stadio, rendendo pubblico, atlete e atleti parte di una festa condivisa. Una giornata all’insegna di inclusione, apertura e partecipazione, in linea con il mood di questa edizione e con il motto ufficiale, “It’s Your Vibe”.