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È uno spazio di parole, idee e prospettive che si incontrano.
Un luogo fatto di voci diverse che si intrecciano per raccontare il mondo della comunicazione, del linguaggio e dell’educazione digitale. Qui troverai riflessioni, approfondimenti e storie che aiutano a rendere la Rete – e non solo – un posto più bello, consapevole e inclusivo.
Il linguaggio è parte della cura
Insieme di mani unite in cerchio con i palmi colorati di rosso, simbolo di partecipazione collettiva e solidarietà.
Matita azzurra con trucioli attorno su fondo bianco
Un vortice di quaderni, libri e riviste che sprofonda in un buco nero.
Una pistola giocattolo su sfondo giallo
uomo che usa MacBook d'argento seduto sul divano in pelle nera
fotografia minimalista di uomo e donna che saltano davanti alla parete del tubo
Segnaletica al neon colorata
Uccelli sul filo durante il giorno
Persona che tiene lo smartphone nero che scatta foto dell'edificio illuminato
Un gruppo di figure giocattolo
2 mar 2026

Il linguaggio è parte della cura

Questo video manifesto nasce nell’ambito di una campagna promossa da Eli Lilly Italia in collaborazione con Parole O_Stili - con il patrocinio dell’Associazione Amici Obesi - per diffondere attraverso il glossario “Non c’è forma più corretta” l’importanza giocata dal linguaggio nella lotta allo stigma dell’obesità. Un’iniziativa motivata da una convinzione profonda: le parole non sono mai soltanto parole. Sono cornici. Sono sguardi. Sono possibilità. Quando parliamo di obesità, contribuiamo a costruire il modo in cui quella condizione viene compresa, affrontata, vissuta. Possiamo scegliere un linguaggio che semplifica e giudica. Oppure un linguaggio che riconosce complessità, responsabilità condivisa, dignità. L’obesità è una malattia cronica, complessa e multifattoriale, riconosciuta dalla comunità scientifica. Ma intorno a essa continua a circolare una narrazione che riduce tutto alla volontà individuale. Questa semplificazione alimenta stigma. E lo stigma non è un’opinione: è un ostacolo concreto alla cura, alla relazione terapeutica, alla qualità della vita. Con questo video-manifesto, Eli Lilly Italia e Parole O_stili invitano a uno spostamento culturale, proponendo di guardare al corpo non come a un oggetto da classificare, ma come a una dimensione personale e relazionale; non come a un problema da esibire, ma come a una realtà da comprendere. Non esiste una gerarchia di corpi. Esiste, invece, la responsabilità di parlarne nel modo corretto. Il glossario “Non c’è forma più corretta” offre strumenti pratici per adottare un linguaggio più accurato, fondato sulle evidenze scientifiche e orientato alla persona. Il video manifesto ne esprime il senso più ampio: ricordare che il linguaggio può contribuire a creare un contesto più giusto, più informato, più umano. Scegliere parole appropriate non è un esercizio formale. È un atto di rispetto.È un modo per affermare che la salute non può essere separata dalla dignità.È un passo concreto verso una cultura della cura che non lascia indietro nessuno. Perché ogni cambiamento culturale inizia da una scelta.E ogni scelta passa, prima di tutto, dalle parole.

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9 feb 2026

Lettera ad Amelia

Cara Amelia, sfogliando il giornale abbiamo incontrato le tue parole. E ci hanno chiesto di fermarci.Perché conosciamo fin troppo bene ciò che racconti: ce lo dicono ogni giorno le ragazze e i ragazzi che incontriamo nelle scuole. Ci parlano di chat che diventano spazi di violenza. Di parole che lasciano ferite profonde. Di adulti che dovrebbero essere punti di riferimento e che, assaliti dalla paura di sbagliare, restano immobili di fronte ad azioni gravi, inammissibili. Vogliamo dirtelo subito: quello che subisce tua figlia non è una ragazzata. Non è, e non dovrebbe mai essere, la normalità. È una dinamica di gruppo violenta, persistente, spietata, che ha il potere di isolare, umiliare, consumare chi ne è vittima. E quando la violenza è reiterata, organizzata e condivisa, la responsabilità è collettiva. La scuola non “può” fare qualcosa. Deve. Ha obblighi precisi. La Legge 71/2017 sul cyberbullismo tutela tua figlia: prevede la rimozione immediata dei contenuti, la segnalazione alle piattaforme, il coinvolgimento della scuola e, se necessario, delle autorità competenti. Denunciare significa tutelare non solo chi subisce violenza, ma anche aiutare chi la agisce a prendere piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie parole. Mettere un limite è un atto educativo, non punitivo. Con la Legge 92, che nel 2019 ha introdotto nelle scuole l’insegnamento obbligatorio e trasversale dell’Educazione civica, il benessere, il rispetto e la cittadinanza digitale non sono temi opzionali: fanno parte del mandato educativo della scuola.La scuola deve intervenire, lavorare sul gruppo, non chiedere alla vittima di “reagire”. Negli episodi di bullismo e cyberbullismo, ragazze e ragazzi non hanno bisogno di essere spronati a essere più forti, ma di adulti che si assumano la responsabilità di proteggerli. Se gli strumenti che dovrebbero renderlo possibile restano principi astratti, validi solo “sulla carta”, sappi che non è perché hai fallito tu, e men che meno tua figlia. Il fallimento è del mondo adulto, che non è stato in grado di assumersi la sua più grande responsabilità verso le più giovani e i più giovani: quella educativa. Tua figlia non è fragile: è stata ferita. E una ferita ha bisogno di cura, protezione, di adulti che scelgano di ascoltare. A tua figlia va restituito uno spazio sicuro in cui tornare a parlare, studiare e crescere. Ai suoi compagni e alle sue compagne va insegnato che le parole costruiscono il mondo in cui viviamo. Educare alle parole significa educare alla responsabilità e al rispetto delle persone. Agli adulti intorno a lei spetta il compito di scegliere di esserci davvero. Noi ci siamo, e continueremo a esserci. Per tua figlia, e per tutte le ragazze e i ragazzi che ogni giorno ci chiedono adulti presenti, competenti, responsabili. Perché il silenzio non è mai neutro. E l’educazione, quando è vera, sceglie da che parte stare. Il team di Parole O_stili

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13 nov 2025

Temperamatite

In casa nostra il temperamatite è sempre sparito. Quattro figli, decine di astucci, eppure quando serviva - mai una volta che si trovasse. Allora partiva la caccia: nei cassetti, sotto i divani, negli zaini, tra le briciole di merende e le idee a metà. Mi faceva sorridere, ma oggi ci ripenso spesso. Forse è un po’ così anche con noi adulti: i nostri figli, le nostre ragazze e ragazzi, hanno bisogno di un temperamatite - e a volte non lo trovano. Loro sono le matite: alcune nuove e lucide, altre con la punta rotta, altre ancora consumate in fretta, da aspettative troppo alte o da corse senza respiro. Noi siamo lì, con in mano la responsabilità di restituire forma, direzione, fiducia. Ma non sempre ci riusciamo. Perché anche il temperamatite si stanca, si inceppa, si scheggia dentro. A volte, nella fretta di “aggiustare” i nostri figli, giriamo la manovella troppo forte e spezziamo qualcosa. Altre restiamo fermi, bloccati da paure o delusioni. Essere un buon temperamatite non significa modellare secondo il nostro disegno, ma affilare con delicatezza, accompagnare, credere nella possibilità di un nuovo tratto. Le mie quattro matite oggi sono cresciute: ognuna scrive il proprio pezzo di mondo. E io, che credevo di insegnare a disegnare linee dritte, ho scoperto che la bellezza sta nelle curve, nei giri a vuoto, nei tratti incerti. Perché ogni linea storta è vita. E ogni temperamatite che ci prova, anche se sbaglia, lascia comunque un segno d’amore. Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili uscito sul numero di novembre 2025 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".

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17 nov 2025

Iperconnessione: imparare a respirare in un mare di informazioni

Viviamo in un flusso continuo di notifiche, aggiornamenti, video, consigli, allarmi e contenuti che competono per la nostra attenzione. Un oceano che non conosce pause e che chiediamo a ragazze e ragazzi di attraversare senza sempre offrire loro una bussola.È l’effetto combinato di due fenomeni che stanno cambiando le nostre abitudini: l’iperconnessione e l’overload informativo, quella sensazione di “pienezza mentale” in cui non riusciamo più a distinguere ciò che è utile da ciò che è soltanto rumoroso. Come sottolinea la sociologia dei media, lo spazio pubblico con cui entrano in contatto le nuove generazioni è dilatato e frammentato, spesso fonte di sovraccarico informativo più che di vera conoscenza. Per chi educa – in famiglia e a scuola – promuovere benessere digitale in un mondo che chiede presenza continua è una sfida ardua e tutta nuova; una sfida che si vince anche attraverso le parole, perché il linguaggio che scegliamo diventa un modo di prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta accanto. Perché le persone più giovani sono così vulnerabili Bambine, bambini e adolescenti crescono in un ambiente disegnato per catturare attenzione e tempo. Le piattaforme lavorano sui meccanismi della ricompensa immediata, attivando la dopamina, la sostanza che regola piacere e motivazione.Un “mi piace”, una notifica, una nuova missione da completare: piccole scintille che tengono il cervello in allerta e alimentano un ciclo difficile da interrompere. Dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità mostrano che già nel primo anno di vita una percentuale significativa di bambine e bambini trascorre tempo davanti agli schermi, spesso senza mediazione adulta, aumentando il rischio di abitudini digitali poco sane fin dai primi mesi. Un uso intensivo degli schermi può interferire con la memoria operativa, la capacità di concentrazione, l’autoregolazione e le funzioni esecutive. E gli effetti riguardano anche la sfera emotiva: la generazione che ha sempre avuto uno smartphone in mano mostra livelli più alti di ansia, difficoltà emotiva e fatica nel gestire la frustrazione. Non per fragilità individuale, ma per esposizione costante a stimoli a cui non è semplice adattarsi. Una recente analisi di Save the Children Italia conferma questa tendenza: una parte non trascurabile di adolescenti mostra segnali di dipendenza, con impatti su benessere emotivo e capacità di regolare il proprio tempo online. In questa vulnerabilità non c’è colpa: c’è un dato biologico. Ed è qui che l’educazione può fare davvero la differenza. L’esempio delle persone adulte Numerosi studi confermano qualcosa che spesso ci mette a disagio: bambine, bambini e adolescenti imparano il loro modo di stare online osservando come stiamo online noi. Se una persona adulta consulta il telefono a tavola, il messaggio implicito è che la relazione può essere interrotta.Se durante una lezione chi educa guarda ripetutamente le notifiche, il sottotesto è che il digitale ha diritto di precedenza. Non si tratta di puntare il dito, ma di ricordare che la comunicazione non ostile passa anche dalla qualità della presenza.Quando una persona giovane si sente ascoltata senza distrazioni, apprende che la relazione merita spazio e silenzio. È una delle strategie più semplici e più efficaci per contrastare l’uso compulsivo degli schermi. Rivendicare il diritto al silenzio digitale Per molte e molti, soprattutto in adolescenza, il mondo digitale è un ambiente che non ammette pause: se non rispondi subito, sparisci.Eppure il silenzio non è assenza: è protezione. Difendere momenti senza stimoli significa recuperare autonomia cognitiva, la capacità di pensare, immaginare, annoiarsi, trovare soluzioni senza ricorrere subito a uno schermo.La noia non è un fastidio da eliminare: è un motore di creatività e indipendenza emotiva. Parlare di “silenzio digitale” con parole gentili, chiare e prive di giudizio aiuta le persone più giovani a non viverlo come una punizione, ma come una scelta che restituisce respiro. Strumenti semplici per famiglie e scuole Non esistono formule perfette, ma alcune abitudini funzionano come punti di riferimento. Limiti chiari: le indicazioni della Società Italiana di Pediatria possono orientare le famiglie, soprattutto nei primi anni di vita.Spazi liberi da schermi: tavola, camera da letto, momenti dei compiti. Zone protette in cui la relazione torna al centro.Rituali di disconnessione: mezz’ora senza smartphone dopo cena, un pomeriggio al mese “offline”, percorsi condivisi tra scuola e famiglie.Attività alternative: non solo meno schermo, ma più esperienze. Costruzioni, esplorazioni, arte, movimento. Sono azioni quotidiane che costruiscono un’abitudine preziosa: sapersi disconnettere per riconnettersi meglio. Educare alla lentezza in un mondo veloce La tecnologia non è un avversario, e la direzione non è tornare indietro. La sfida è insegnare che non tutto deve accadere subito e che la qualità delle relazioni conta più della rapidità delle notifiche. In questo percorso, il linguaggio è uno strumento potente.Parole gentili aprono spazio all’ascolto, riducono la paura di sbagliare e permettono a bambine, bambini e adolescenti di raccontare vissuti e difficoltà senza timore di giudizio.Parole ostili, invece, aggiungono rumore al rumore e rendono più complicato orientarsi. Promuovere benessere digitale significa sostenere la capacità di scegliere, di aspettare, di ascoltare.E ricordare, insieme alle nuove generazioni, che il vero progresso non corre alla velocità dei pollici, ma alla profondità delle connessioni umane. Per approfondire Chi desidera uno sguardo ancora più ampio sul tema può ascoltare la prima puntata di “Diciamolo bene”, il nuovo podcast di Parole Ostili realizzato in collaborazione con Eni e condotto da Carlotta Valitutti. L’ospite è Vera Gheno, che aiuta a leggere l’iperconnessione e il digitale con la sua lente inconfondibile: attenta, rigorosa, e sempre centrata sulle relazioni.Un ascolto utile per chi vive la scuola, per chi educa e per chi sta cercando nuovi modi per costruire una presenza online più consapevole.

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25 giu 2025

Disinnescare

Mi ha sempre colpita la tenerezza con cui Marco Giallini nel film “Perfetti Sconosciuti” parla di quello strano superpotere che nelle relazioni è la capacità di fare un passo indietro. Dice “Ho imparato a non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi lo trovo saggio.” Una battuta che sembra fargli fare un passo indietro... E invece sta un passo avanti. Disinnescare è proprio la capacità di fare “quel” passo. È la consapevolezza di chi sceglie di trasformare il conflitto in dialogo, di chi scioglie la tensione attraverso il potere della gentilezza. Vale per le coppie, per i dibattiti politici e per i conflitti internazionali. Viviamo tempi in cui le parole corrono veloci, dentro e fuori la Rete. Così come i nostri pensieri. Talvolta troppo ancorati alla pancia (l’istinto) anziché alla testa (la ragione) o ancor più al cuore (le nostre emozioni). Ci stiamo abituando a risposte corrette in tempo reale. Un “ma” di troppo o un commento affrettato, - senza lo spazio per capirsi - diventano ferite aperte e innescano discussioni senza ritorno. Chi disinnesca sa curare tutto questo e permette di fermarsi e respirare. Sì respirare: un lusso che non ci concediamo troppo spesso. Cosa fare allora perché questo verbo diventi un superpotere alla portata di tutti? Un suggerimento da Baricco: “Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente”. Il segreto sarà uno sguardo diverso sugli altri? Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili uscito sul numero di maggio 2025 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".

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29 mag 2025

Giovani in Italia oggi: una generazione superficiale, fragile e smarrita?

La narrazione comune sui giovani è spesso dura: superficiali, fragili, smarriti. Eppure, dai dati del Rapporto Giovani, l’indagine condotta dall'Istituto Giuseppe Toniolo che costituisce da tempo il più completo e dettagliato strumento di conoscenza della condizione giovanile in Italia, emerge altro: apertura, desiderio di relazioni sane, attenzione per sé e per gli altri. Le giovani generazioni più soddisfatte della propria vita sono anche quelle più attente a costruire relazioni basate su rispetto, ascolto, reciprocità. Vogliono superare gli stereotipi di genere, desiderano una genitorialità nuova, un linguaggio più inclusivo. Come scrive il prof. Alessandro Rosina, professore dell’Università Cattolica di Milano e coordinatore del Rapporto Giovani: “I giovani non sono assenti. Hanno desideri forti e idee chiare. Il punto è: diamo loro lo spazio e gli strumenti per partecipare al presente e costruire il futuro?” Perché in un tempo in cui spesso si parla di ragazzi e ragazze, ma raramente lo si fa con loro, il Rapporto Giovani 2025 restituisce una fotografia onesta, complessa, utile. Uno strumento utile per genitori, educatori, comunicatori e giornalisti: per ascoltare senza filtri, capire senza giudicare, raccontare con più precisione la realtà delle nuove generazioni. Il senso della scuola La scuola, per molti giovani, è il primo luogo dove si costruisce l’idea di futuro. Ma attenzione: non per tutti e tutte questo luogo rappresenta un'opportunità. I dati parlano chiaro: tra i giovani che vivono in contesti più fragili, il rischio è che la scuola non venga percepita come una risorsa. Anzi: si insinua la sensazione che "non serva a nulla". Ma se non si parte dal "senso", è inutile parlare di strumenti, supporti, piani didattici. Non un lavoro qualunque Il lavoro continua a essere un perno fondamentale nella vita dei giovani. Ma non basta più che sia "un lavoro e basta". Le nuove generazioni chiedono un impiego che abbia senso, qualità, dignità. Un lavoro che permetta di essere indipendenti, di immaginare un futuro familiare, di vivere con stabilità. Politica: se è concreta, interessa C'è disillusione, sì. Ma non disinteresse. I giovani intervistati raccontano di una politica lontana, chiusa, poco coerente. Eppure, quando si parla di temi locali, diritti, ambiente, si accende l'interesse. C'è una richiesta forte e chiara: più spazi veri di partecipazione. Più coinvolgimento, più ascolto, meno retorica. Perché la partecipazione, quando è reale, crea cittadinanza. Relazioni: oltre gli stereotipi La narrazione comune sui giovani è spesso dura: superficiali, fragili, smarriti. Eppure, dai dati del Rapporto emerge altro: apertura, desiderio di relazioni sane, attenzione per sé e per gli altri. Le ragazze e i ragazzi più soddisfatti della propria vita sono anche quelli più attenti a costruire relazioni basate su rispetto, ascolto, reciprocità. Vogliono superare gli stereotipi di genere, desiderano una genitorialità nuova, un linguaggio più inclusivo. Sempre secondo i dati raccolti, il primo terreno su cui si costruiscono visioni relazionali, ruoli di genere e atteggiamenti verso la violenza è la famiglia. È lì che i ragazzi apprendono – spesso in modo inconsapevole – modelli culturali, relazioni affettive e linguaggi emozionali. E non sempre quei modelli sono positivi. Ad esempio, oltre il 70% dei giovani riconosce come comportamento violento impedire alla partner di avere un conto corrente personale, mentre più del 64% condanna il divieto di lavorare fuori casa. Ma il dato più allarmante riguarda la gelosia, che per molti adolescenti – soprattutto maschi – è ancora percepita come un segno d’amore. Dalla stessa indagine emerge che quasi il 38% dei giovani considera la violenza contro le donne “molto diffusa”, con una netta differenza di genere: lo pensa il 22,3% dei maschi e ben il 50,1% delle femmine. La consapevolezza cresce, ma in modo diseguale. E mentre la società sembra faticare a elaborare una risposta sistemica, l’esperienza vissuta e osservata della violenza – spesso nel contesto familiare o amicale – racconta che il problema non è “altrove”, ma accanto a noi. In questo scenario, qual è il ruolo delle famiglie e della scuola? Cosa possono fare, concretamente, per sostenere il cambiamento culturale in atto? Ne abbiamo parlato con la professoressa Cristina Pasqualini, docente di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ricercatrice nell’ambito delle scienze sociali, con particolare attenzione ai temi delle nuove generazioni, della parità di genere e della prevenzione della violenza sulle donne. È componente dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, per il quale coordina e partecipa a indagini nazionali sui vissuti, gli atteggiamenti e i valori degli adolescenti e dei giovani adulti italiani, in particolare riguardo agli stereotipi di genere, alle dinamiche relazionali e ai fenomeni di violenza. Prof.ssa Pasqualini, in questo 2025 i casi di femminicidio da parte di under 25 sono stati troppi. Cosa non sta evolvendo nella nostra società? Se guardiamo i dati delle ricerche, in particolare quelli dell’indagine “Rapporto Giovani”, notiamo qualcosa di interessante: nella generazione attuale e nelle famiglie che l’hanno generata sembra essere in corso un cambiamento culturale significativo. Le famiglie dei giovani di oggi hanno caratteristiche diverse rispetto alla generazione precedente, in quanto gli stereotipi con cui sono cresciuti stanno cambiando. Con gli strumenti adeguati possiamo immaginare di poter andare verso comportamenti più virtuosi rispetto al passato. Spesso giudichiamo i giovani di oggi senza guardare ai giovani di ieri, cioè a quelli che li hanno cresciuti. Oggi i ragazzi e le ragazze sembrano divisi tra prodotti culturali che promuovono inclusione e altri – come film, musica o libri del genere romance – che rafforzano modelli relazionali disfunzionali. Sono consapevoli di questo? Se ci atteniamo ai dati, possiamo dire che molti giovani oggi hanno fatto esperienza – anche solo indiretta – della violenza. Non parlo solo di violenza subita in prima persona, ma anche osservata: episodi avvenuti in famiglia, tra amici, o nel proprio ambiente più vicino. Hanno visto madri, sorelle, amiche subire violenza. Questo ci dice che la violenza non è un fenomeno distante, astratto: è dentro le case. Tendiamo a guardare la violenza come un problema “altro”, che riguarda l’immigrazione o Internet. Ma non è così. La violenza è tra noi. E poi c’è un evento che ha rappresentato uno spartiacque: il caso di Giulia Cecchettin. È stato diverso dagli altri perché ha fatto scattare qualcosa nei giovani. Hanno cominciato a informarsi davvero, a cercare fonti attendibili, a prendere consapevolezza. Hanno capito che la violenza non è solo un rischio per “gli altri”, ma può riguardare chiunque. Cosa ha reso così rilevante il caso Cecchettin rispetto ad altri femminicidi? Credo siano due i fattori. Il primo: la società era pronta, c’era già in atto un cambiamento culturale. Il secondo: la narrazione è stata diversa. Il comportamento del padre e l’attivismo della sorella hanno avuto un impatto enorme. Non c’è stata rabbia cieca o desiderio di vendetta, ma una richiesta di trasformare il dolore in qualcosa di utile, affinché non accada più. È stato potente. Forse per la prima volta abbiamo visto una famiglia reagire così. È stato un insegnamento per tutti. Qual è, oggi, il ruolo delle famiglie e della scuola in questo cambiamento? Cosa possono fare concretamente? Famiglie e scuole oggi sono fragili, fanno fatica. Ma restano due pilastri educativi fondamentali. Andrebbero sostenute di più dal sistema Paese, insieme alle altre agenzie educative. Serve davvero un’alleanza educativa, e non solo a parole. Dobbiamo lavorare a livello territoriale, nazionale e internazionale per trasmettere un messaggio comune: la violenza non deve più esistere.Questo non si ottiene con misure coercitive, ma con percorsi educativi, esempi virtuosi, testimonianze reali. I ragazzi stessi ci chiedono educazione alla parità di genere. Allora diamogliela. In famiglia, con comportamenti rispettosi tra i genitori. A scuola, con insegnanti che rispettano gli studenti – e viceversa. Serve reciprocità, rispetto, buone pratiche. Così si creano gli “anticorpi” che serviranno nella vita adulta, nei contesti più complessi. In questo processo, i social media aiutano o ostacolano il cambiamento? I social fanno parte del mondo dei ragazzi, non possiamo ignorarli. Personalmente li considero uno strumento, non un nemico. I rischi ci sono, certo, ma si può e si deve imparare a usarli in modo consapevole. All’università, i miei studenti mi hanno raccontato episodi inquietanti: video compromettenti condivisi nei gruppi WhatsApp, sondaggi offensivi, commenti assurdi. Eppure, alcuni di loro iniziano a prendere le distanze, a scegliere di non alimentare questi comportamenti. Alcuni agiscono, denunciano, parlano. Non sono insensibili. Hanno capito, almeno in parte. E anche solo un “semino” di consapevolezza, se piantato bene, può dare frutto. Per questo dobbiamo continuare a seminare. Ognuno faccia la sua parte. Il Rapporto Giovani 2025 è da pochi giorni in libreria. Un invito alla lettura per chi vuole comprendere davvero la realtà delle nuove generazioni. E un invito all'ascolto per chi lavora con le parole, con le persone, con l'informazione.

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21 mag 2025

L’Inspiration porn non riguarda contenuti per adulti

Inspiration porn. No, non è un’espressione che riguarda i contenuti per adulti. Ha a che fare con lo sguardo che la società riserva alle persone con disabilità. Il termine è stato coniato dall’attivista e scrittrice Stella Young, che con ironia e coraggio ha denunciato un modo ricorrente — e profondamente scorretto — di rappresentare la disabilità: quello per cui le persone con disabilità vengono trasformate in oggetti di ispirazione per il solo fatto di esistere. Facciamo degli esempi concreti di inspiration porn: “Se ce l’ha fatta lui, che è in sedia a rotelle, allora posso farcela anch’io.” “È cieca, eppure va a scuola tutti i giorni. Che forza!” “Guardate che esempio: nonostante tutto, sorride.” Ecco, questo è inspiration porn. Una narrazione che, anche senza volerlo, riduce le persone con disabilità a strumenti motivazionali per chi disabile non è. È un meccanismo subdolo: mette in scena storie che dovrebbero “ispirare” ma in realtà semplificano, edulcorano, banalizzano. Perché una persona con disabilità non è una “lezione di vita ambulante”. È una persona. Punto. Con sogni, limiti, desideri, giornate storte, passioni, successi. Proprio come chiunque. Perché inspiration porn è una cosa negativa? Perché, magari veicolato da una campagna pubblicitaria o da un post social ben intenzionato, può rafforzare gli stereotipi, alimentare la pietà, oscurare le battaglie quotidiane per l’accessibilità, il lavoro, la piena cittadinanza. Non si tratta di fare i conti con la sensibilità. Si tratta di giustizia. Allora cosa possiamo fare? Raccontare storie vere, senza sovraccaricarle di eroismo. Dare spazio alle voci delle persone con disabilità, senza interpretarle. Evitare lo sguardo “dall’alto in basso”, che trasforma il vissuto altrui in una pillola motivazionale per chi guarda. Usare parole che rispettano, che non semplificano, che non riducono. La disabilità non è ispirazione a comando. È esperienza. È presenza. È parte della società. E merita, come ogni altra, rispetto, ascolto, linguaggio giusto.

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29 apr 2025

La fede nel continente digitale e le parole semplici e umane di Papa Francesco

C’è chi vede la tecnologia come un ostacolo. E chi, come Monsignor Lucio Ruiz, la riconosce come un’occasione: per comunicare meglio, per avvicinare, per costruire ponti anche tra mondi apparentemente lontani. Padre Lucio è tra le figure più autorevoli – e visionarie – della comunicazione vaticana. Il suo lavoro ha lasciato un segno profondo nella stagione delle grandi riforme di Papa Francesco. Nel 2015 viene scelto per guidare la neonata Segreteria per la Comunicazione (oggi Dicastero per la Comunicazione), e da lì inizia una rivoluzione silenziosa, fatta di ascolto, innovazione, cura e coraggio. Per noi di Parole O_Stili è soprattutto un amico, una persona schietta e alla mano che ci ha subito chiesto di chiamarlo solamente “Lucio”... È la persona che ci ha aiutati a fare un ritratto di Papa Francesco, del suo rapporto con la comunicazione e il digitale. Papa Francesco ha sempre scelto parole semplici, dirette e cariche di empatia. In che modo il suo stile comunicativo ha cambiato il modo di comunicare della Chiesa? Per Francesco, la comunicazione non è solo uno strumento istituzionale, ma un autentico atto pastorale. Attraverso il suo modo di esprimersi – fatto di gesti, silenzi eloquenti, parole semplici ma cariche di significato – egli ha contribuito a rivelare il volto di una Chiesa più vicina, umile e accogliente. Una Chiesa che ascolta, che si fa prossima a tutti, in particolare agli ultimi. In questo senso, egli incarna concretamente il desiderio di “una Chiesa povera per i poveri”, capace di annunciare il Vangelo con autenticità, tenerezza e spirito di servizio. Fin dall’inizio del suo pontificato, nel 2013, Papa Francesco ha scelto consapevolmente un linguaggio semplice, diretto e profondamente umano. Grande sostanza teologica, semplice nella sua espressione. Questa opzione comunicativa non è stata frutto del caso, ma il risultato di una chiara intenzione: comunicare non soltanto idee o concetti teologici, ma soprattutto vicinanza, compassione e speranza, per far sentire la Misericordia e la Tenerezza di Dio, specialmente ai più lontani e bisognosi. La sua volontà è stata quella di rivolgersi in particolare ai più semplici e umili, utilizzando parole ed espressioni comprensibili a tutti. Questo stile comunicativo ha rinnovato il modo in cui la Chiesa si relaziona con il mondo contemporaneo. Papa Francesco ha promosso, lo si vede chiaramente nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, l’idea di una “Chiesa in uscita”: una Chiesa missionaria, capace di andare incontro all’altro, aperta al dialogo e sensibile alle sofferenze e ai bisogni concreti dell’umanità, in particolare di coloro che abitano le “Periferie esistenziali”. A Papa Francesco erano molto care alcune parole, tra queste “Fraternità”. Cosa ha voluto dire fraternità nel suo pontificato? La parola “fraternità” rappresenta uno dei nuclei centrali del pontificato di Papa Francesco. Di fronte a un mondo frammentato, polarizzato e ferito dall’indifferenza, egli ha indicato la fraternità come un cammino di guarigione e di riconciliazione. In questo contesto, ha promosso il dialogo interreligioso, l’inclusione delle persone emarginate e la cura del creato come espressioni concrete e imprescindibili di una fraternità autentica e vissuta. Penso che la Fratelli tutti sia stata una sintesi del suo Magistero. Nella sua enciclica Fratelli Tutti (2020), ha sviluppato una visione profondamente evangelica e umanistica della fraternità, intesa come fondamento per la costruzione di società più giuste, solidali e pacifiche. Una proposta che non si rivolge soltanto alle società o ai Paesi di tradizione cattolica, ma all’intera umanità: “Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!” (FT 8). Papa Francesco ha proposto la fraternità come un valore cristiano eppure come un’urgenza globale, una chiamata aperta al mondo intero, fondata sul messaggio universale della parabola del Buon Samaritano, al centro del suo pensiero. Forse, immagino, vedere tutte queste guerre dopo la Fratelli tutti deve essere stato per lui un grande dolore… Ricordiamo tutti la camminata silenziosa nella piazza deserta quel 27 marzo… Come ha vissuto Papa Francesco quel “silenzio” della pandemia? Che peso dava al silenzio in generale? Il 27 marzo 2020, all’inizio della pandemia di COVID-19 e nel contesto liturgico della Quaresima, Papa Francesco ha presieduto una preghiera straordinaria sul sagrato della Basilica di San Pietro, in una piazza completamente vuota, quasi immersa nell’oscurità e sotto una pioggia incessante. Papa Francesco ha vissuto quel momento come un’esperienza di raccoglimento spirituale e di affidamento a Dio, offrendo al mondo una testimonianza di fede, di compassione e di presenza solidale. Il silenzio che avvolgeva Piazza San Pietro risuonava come un’eco profonda del silenzio di milioni di case in confinamento, del dolore dei malati, del lutto per i defunti e dell’angoscia di un’umanità improvvisamente ferita e vulnerabile. Quel gesto, profondamente simbolico, è divenuto non solo una delle immagini più iconiche del suo pontificato, ma soprattutto un segno di consolazione e speranza per l’intera umanità, diceva quella sera: “Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.” Nel suo pensiero il silenzio non è assenza, ma spazio abitato dalla Presenza. Ha un valore teologico e spirituale profondo: è il luogo dell’ascolto interiore, della voce di Dio che parla nel cuore, della libertà dello Spirito che opera nel silenzio. È, inoltre, condizione privilegiata per il discernimento, inteso come ricerca sincera della volontà di Dio nel tempo e nelle circostanze concrete della vita: “Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio”. Ma la sua meditazione, e i suoi gesti oltrepassano quella sera e quel momento storico, perché si fanno validi in tutte le crisi e sofferenze, sia personali che sociali… Interessante leggere le sue parole oggi, in mezzo al trambusto delle guerre… Social, digitale e… umanità. Papa Francesco è stato tra i primi a vedere nella rete una nuova piazza per incontrare le persone. È stato anche organizzato un sinodo Digitale che - per la prima volta - ha parlato di “missionari digitali” . Cosa vuol dire oggi per la chiesa? La Chiesa con Papa Francesco, ha compreso che è chiamata ad abitare con coraggio e creatività il mondo digitale, riconoscendone tanto le opportunità quanto i rischi. In un’epoca in cui il digitale permea ogni aspetto della vita quotidiana, la presenza della comunità ecclesiale in questi spazi non può essere né superficiale né marginale. Nella Christus Vivit, 86 dice: “L’ambiente digitale caratterizza il mondo contemporaneo. Larghe fasce dell’umanità vi sono immerse in maniera ordinaria e continua. Non si tratta più soltanto di ‘usare’ strumenti di comunicazione, ma di vivere in una cultura ampiamente digitalizzata che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri. Un approccio alla realtà che tende a privilegiare l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura influenza il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico.” Papa Francesco si è rivelato un pioniere nel riconoscere che il digitale non è soltanto uno strumento da usare, ma un vero e proprio ambiente culturale, un "nuovo Areopago" che richiede discernimento, dialogo e una presenza ecclesiale significativa. In quest’ottica, lo spazio digitale diventa un luogo di missione, un contesto che interpella la Chiesa ad “inculturarsi” per poter annunciare il Vangelo in linguaggi comprensibili e con testimonianze credibili. Le reti sociali rappresentano, in tal senso, una sorta di nuovo Areopago, dove i cristiani sono chiamati a testimoniare la propria fede con coraggio, carità e misericordia. Non si tratta di occupare spazi per imporre idee, ma di incontrare l’altro là dove si trova, spesso nei margini digitali, portando luce e speranza. L’esperienza del Sinodo Digitale, durante il quale si è parlato per la prima volta di “missionari digitali”, è un chiaro segno di questa nuova consapevolezza ecclesiale. Evangelizzare oggi significa anche essere presenti nelle piattaforme digitali per ascoltare, dialogare, comprendere le domande profonde di chi vive in quegli ambienti e accompagnarli nella ricerca del senso. Francesco, in un bellissimo videomessaggio ai missionari digitali dice: “Andate a ‘samaritanare’ quegli ambienti (…) Non abbiate paura. Non abbiate paura di sbagliare. Non mi stanco di ripetere che preferisco una Chiesa ferita perché esce verso le periferie esistenziali del mondo, piuttosto che una Chiesa malata perché resta chiusa nelle sue piccole sicurezze. Il Signore bussa alla porta per entrare in noi, ma quante volte bussa alla porta dall’interno per farlo uscire.”

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