
Ho sempre amato la musica. La ascolto, l’ho suonata, la canticchio spesso e la ballo raramente. Pochi concerti, tante note nelle cuffie. In auto cambia a seconda di chi sale con me: accorcia le distanze e racconta già qualcosa di noi. Con mia mamma vince Morandi, e Fatti mandare dalla mamma diventa il ricordo del primo incontro con papà. Con mia figlia arrivano gli Eugenio in Via Di Gioia, con l’energia e l’inquietudine di quell’età. È come se ogni persona portasse con sé una musica giusta: è bello immaginare quale sia, cercarla, riconoscerla, come un lessico emotivo da custodire. Avrei già pronta quella per Giorgia Meloni e per molti leader internazionali. La cura di Battiato sarebbe perfetta: non come canzone sentimentale, ma come promemoria civile sull’attenzione alle fragilità, ai diritti, a chi resta ai margini o ha meno voce. La musica ci aiuta a intuire l’altro e a dire ciò che non sempre troviamo a parole. Ogni canzone, quando incontra qualcuno, smette di essere melodia e diventa racconto. Alle volte responsabilità. Ma la cosa più importante che ho capito, nel tempo, è che la musica non è solo ciò che ascoltiamo, ma lo sguardo con cui attraversiamo la vita. È armonia. È la capacità di riconoscere un accordo anche dentro le note basse. Lo racconta bene Giovanni Allevi, tornato al pianoforte dopo la malattia con una fragilità diventata forza: «Tutto ciò che desidero è celebrare la bellezza e il miracolo della vita». Forse la musica è davvero questo: sedersi davanti alla propria tastiera anche quando le dita tremano, e trasformare ciò che abbiamo vissuto in una celebrazione. Insieme. Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili, uscito sul numero di maggio 2026 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli". Scopri la parola precedente:
Il giornalismo scolastico in Italia è più vivo di quanto si pensi: secondo il Convegno Italiano della Stampa Studentesca, sono più di un centinaio le redazioni attive tra blog, podcast, webtv e pubblicazioni cartacee autogestite. Tra queste, alcune hanno una storia lunghissima da raccontare. Il 5+ , ad esempio, da più di cinquant'anni dà voce a studenti e studentesse che hanno attraversato i corridoi del Liceo Scientifico G- Oberdan di Trieste e dietro ogni numero nasconde il lavoro e l'impegno della redazione che ne cura le uscite. Dalla raccolta degli articoli all'organizzazione del menabò, dalla stampa alla distribuzione delle copie classe per classe, le pagine di ogni numero raccontano anche la storia di una tradizione, passata di mano in mano tra generazioni diverse. Abbiamo fatto tre domande (più una extra!) a due delle persone che fanno parte dell'attuale redazione del 5+: Iulia Andreea Nedelcu, che ha risposto in prima persona, e Raul Feier, attuale editore. In un tempo in cui è facile pubblicare subito e senza mediazioni, il 5+ è uno spazio che richiede tempo, confronto, rilettura e responsabilità condivisa: perché, secondo voi, ha ancora senso portarlo avanti? Dal nostro punto di vista (di adolescenti "amanti" dei social), un giornalino cartaceo rende migliore l’esperienza di comprensione di argomenti importanti come geopolitica, scienza, letteratura. Inoltre, essendoci tante sezioni, come l’Agorà, Pensierando (i due famosi e più antichi), Scienza, OberNEWS (per OberMUN ed eventi scolastici) e racconto libero, il giornalino dà la possibilità a tutti gli studenti di partecipare con temi di loro interesse e di conseguenza anche al resto della scuola, perché elaborati con più passione. Io in particolare ho partecipato al Giornalino 5+ fin dalla prima, quindi ormai per cinque anni! E posso dire che ho scritto gli articoli dai temi più disparati, dalla mitologia greca, ai Trojan del computer, fino a storie di argomento libero. È importante portare avanti un’attività di questo tipo perché mette in prima linea i ragazzi "esclusi", quelli che nel gruppo classe magari stanno in silenzio, ma nella loro mente ci sono le idee più belle, che con il nostro giornalino possono affrontare liberamente (o quasi). Infine un formato cartaceo permette agli studenti di tutta la scuola di ammirare il nostro duro lavoro e poterlo apprezzare.
Questo video manifesto nasce nell’ambito di una campagna promossa da Eli Lilly Italia in collaborazione con Parole O_Stili - con il patrocinio dell’Associazione Amici Obesi - per diffondere attraverso il glossario “Non c’è forma più corretta” l’importanza giocata dal linguaggio nella lotta allo stigma dell’obesità. Un’iniziativa motivata da una convinzione profonda: le parole non sono mai soltanto parole. Sono cornici. Sono sguardi. Sono possibilità. Quando parliamo di obesità, contribuiamo a costruire il modo in cui quella condizione viene compresa, affrontata, vissuta. Possiamo scegliere un linguaggio che semplifica e giudica. Oppure un linguaggio che riconosce complessità, responsabilità condivisa, dignità. L’obesità è una malattia cronica, complessa e multifattoriale, riconosciuta dalla comunità scientifica. Ma intorno a essa continua a circolare una narrazione che riduce tutto alla volontà individuale. Questa semplificazione alimenta stigma. E lo stigma non è un’opinione: è un ostacolo concreto alla cura, alla relazione terapeutica, alla qualità della vita. Con questo video-manifesto, Eli Lilly Italia e Parole O_stili invitano a uno spostamento culturale, proponendo di guardare al corpo non come a un oggetto da classificare, ma come a una dimensione personale e relazionale; non come a un problema da esibire, ma come a una realtà da comprendere. Non esiste una gerarchia di corpi. Esiste, invece, la responsabilità di parlarne nel modo corretto. Il glossario “Non c’è forma più corretta” offre strumenti pratici per adottare un linguaggio più accurato, fondato sulle evidenze scientifiche e orientato alla persona. Il video manifesto ne esprime il senso più ampio: ricordare che il linguaggio può contribuire a creare un contesto più giusto, più informato, più umano. Scegliere parole appropriate non è un esercizio formale. È un atto di rispetto.È un modo per affermare che la salute non può essere separata dalla dignità.È un passo concreto verso una cultura della cura che non lascia indietro nessuno. Perché ogni cambiamento culturale inizia da una scelta.E ogni scelta passa, prima di tutto, dalle parole.
C’è un momento, durante una partita, in cui le parole arrivano prima del pensiero. Un errore. Un fischio. Un’azione mancata. E lì, in quel momento, si decide molto più del risultato: si decide che tipo di persone vogliamo essere mentre tifiamo; che tipo di sport stiamo costruendo. Perché il tifo non è mai solo tifo. È linguaggio. È relazione. È esempio. ALÈ - Piccolo glossario del tifo positivo nasce così: mettendo al centro le parole. Durante il progetto “Diamo l’esempio”, costruito insieme a Inter, abbiamo lavorato con ragazze e ragazzi del Settore Giovanile: a partire dalla cornice offerta dal nostro Manifesto della comunicazione non ostile per lo sport, abbiamo ascoltato le loro voci e raccolto le parole che sentono in campo, sugli spalti, nei commenti. E poi abbiamo fatto una cosa semplice: le abbiamo guardate da vicino, per capire quale effetto producono, davvero.
In casa nostra il temperamatite è sempre sparito. Quattro figli, decine di astucci, eppure quando serviva - mai una volta che si trovasse. Allora partiva la caccia: nei cassetti, sotto i divani, negli zaini, tra le briciole di merende e le idee a metà. Mi faceva sorridere, ma oggi ci ripenso spesso. Forse è un po’ così anche con noi adulti: i nostri figli, le nostre ragazze e ragazzi, hanno bisogno di un temperamatite - e a volte non lo trovano. Loro sono le matite: alcune nuove e lucide, altre con la punta rotta, altre ancora consumate in fretta, da aspettative troppo alte o da corse senza respiro. Noi siamo lì, con in mano la responsabilità di restituire forma, direzione, fiducia. Ma non sempre ci riusciamo. Perché anche il temperamatite si stanca, si inceppa, si scheggia dentro. A volte, nella fretta di “aggiustare” i nostri figli, giriamo la manovella troppo forte e spezziamo qualcosa. Altre restiamo fermi, bloccati da paure o delusioni. Essere un buon temperamatite non significa modellare secondo il nostro disegno, ma affilare con delicatezza, accompagnare, credere nella possibilità di un nuovo tratto. Le mie quattro matite oggi sono cresciute: ognuna scrive il proprio pezzo di mondo. E io, che credevo di insegnare a disegnare linee dritte, ho scoperto che la bellezza sta nelle curve, nei giri a vuoto, nei tratti incerti. Perché ogni linea storta è vita. E ogni temperamatite che ci prova, anche se sbaglia, lascia comunque un segno d’amore. Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili uscito sul numero di novembre 2025 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".
Viviamo in un flusso continuo di notifiche, aggiornamenti, video, consigli, allarmi e contenuti che competono per la nostra attenzione. Un oceano che non conosce pause e che chiediamo a ragazze e ragazzi di attraversare senza sempre offrire loro una bussola.È l’effetto combinato di due fenomeni che stanno cambiando le nostre abitudini: l’iperconnessione e l’overload informativo, quella sensazione di “pienezza mentale” in cui non riusciamo più a distinguere ciò che è utile da ciò che è soltanto rumoroso. Come sottolinea la sociologia dei media, lo spazio pubblico con cui entrano in contatto le nuove generazioni è dilatato e frammentato, spesso fonte di sovraccarico informativo più che di vera conoscenza. Per chi educa – in famiglia e a scuola – promuovere benessere digitale in un mondo che chiede presenza continua è una sfida ardua e tutta nuova; una sfida che si vince anche attraverso le parole, perché il linguaggio che scegliamo diventa un modo di prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta accanto. Perché le persone più giovani sono così vulnerabili Bambine, bambini e adolescenti crescono in un ambiente disegnato per catturare attenzione e tempo. Le piattaforme lavorano sui meccanismi della ricompensa immediata, attivando la dopamina, la sostanza che regola piacere e motivazione.Un “mi piace”, una notifica, una nuova missione da completare: piccole scintille che tengono il cervello in allerta e alimentano un ciclo difficile da interrompere. Dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità mostrano che già nel primo anno di vita una percentuale significativa di bambine e bambini trascorre tempo davanti agli schermi, spesso senza mediazione adulta, aumentando il rischio di abitudini digitali poco sane fin dai primi mesi. Un uso intensivo degli schermi può interferire con la memoria operativa, la capacità di concentrazione, l’autoregolazione e le funzioni esecutive. E gli effetti riguardano anche la sfera emotiva: la generazione che ha sempre avuto uno smartphone in mano mostra livelli più alti di ansia, difficoltà emotiva e fatica nel gestire la frustrazione. Non per fragilità individuale, ma per esposizione costante a stimoli a cui non è semplice adattarsi. Una recente analisi di Save the Children Italia conferma questa tendenza: una parte non trascurabile di adolescenti mostra segnali di dipendenza, con impatti su benessere emotivo e capacità di regolare il proprio tempo online. In questa vulnerabilità non c’è colpa: c’è un dato biologico. Ed è qui che l’educazione può fare davvero la differenza. L’esempio delle persone adulte Numerosi studi confermano qualcosa che spesso ci mette a disagio: bambine, bambini e adolescenti imparano il loro modo di stare online osservando come stiamo online noi. Se una persona adulta consulta il telefono a tavola, il messaggio implicito è che la relazione può essere interrotta.Se durante una lezione chi educa guarda ripetutamente le notifiche, il sottotesto è che il digitale ha diritto di precedenza. Non si tratta di puntare il dito, ma di ricordare che la comunicazione non ostile passa anche dalla qualità della presenza.Quando una persona giovane si sente ascoltata senza distrazioni, apprende che la relazione merita spazio e silenzio. È una delle strategie più semplici e più efficaci per contrastare l’uso compulsivo degli schermi. Rivendicare il diritto al silenzio digitale Per molte e molti, soprattutto in adolescenza, il mondo digitale è un ambiente che non ammette pause: se non rispondi subito, sparisci.Eppure il silenzio non è assenza: è protezione. Difendere momenti senza stimoli significa recuperare autonomia cognitiva, la capacità di pensare, immaginare, annoiarsi, trovare soluzioni senza ricorrere subito a uno schermo.La noia non è un fastidio da eliminare: è un motore di creatività e indipendenza emotiva. Parlare di “silenzio digitale” con parole gentili, chiare e prive di giudizio aiuta le persone più giovani a non viverlo come una punizione, ma come una scelta che restituisce respiro. Strumenti semplici per famiglie e scuole Non esistono formule perfette, ma alcune abitudini funzionano come punti di riferimento. Limiti chiari: le indicazioni della Società Italiana di Pediatria possono orientare le famiglie, soprattutto nei primi anni di vita.Spazi liberi da schermi: tavola, camera da letto, momenti dei compiti. Zone protette in cui la relazione torna al centro.Rituali di disconnessione: mezz’ora senza smartphone dopo cena, un pomeriggio al mese “offline”, percorsi condivisi tra scuola e famiglie.Attività alternative: non solo meno schermo, ma più esperienze. Costruzioni, esplorazioni, arte, movimento. Sono azioni quotidiane che costruiscono un’abitudine preziosa: sapersi disconnettere per riconnettersi meglio. Educare alla lentezza in un mondo veloce La tecnologia non è un avversario, e la direzione non è tornare indietro. La sfida è insegnare che non tutto deve accadere subito e che la qualità delle relazioni conta più della rapidità delle notifiche. In questo percorso, il linguaggio è uno strumento potente.Parole gentili aprono spazio all’ascolto, riducono la paura di sbagliare e permettono a bambine, bambini e adolescenti di raccontare vissuti e difficoltà senza timore di giudizio.Parole ostili, invece, aggiungono rumore al rumore e rendono più complicato orientarsi. Promuovere benessere digitale significa sostenere la capacità di scegliere, di aspettare, di ascoltare.E ricordare, insieme alle nuove generazioni, che il vero progresso non corre alla velocità dei pollici, ma alla profondità delle connessioni umane. Per approfondire Chi desidera uno sguardo ancora più ampio sul tema può ascoltare la prima puntata di “Diciamolo bene”, il nuovo podcast di Parole Ostili realizzato in collaborazione con Eni e condotto da Carlotta Valitutti. L’ospite è Vera Gheno, che aiuta a leggere l’iperconnessione e il digitale con la sua lente inconfondibile: attenta, rigorosa, e sempre centrata sulle relazioni.Un ascolto utile per chi vive la scuola, per chi educa e per chi sta cercando nuovi modi per costruire una presenza online più consapevole.
Mi ha sempre colpita la tenerezza con cui Marco Giallini nel film “Perfetti Sconosciuti” parla di quello strano superpotere che nelle relazioni è la capacità di fare un passo indietro. Dice “Ho imparato a non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi lo trovo saggio.” Una battuta che sembra fargli fare un passo indietro... E invece sta un passo avanti. Disinnescare è proprio la capacità di fare “quel” passo. È la consapevolezza di chi sceglie di trasformare il conflitto in dialogo, di chi scioglie la tensione attraverso il potere della gentilezza. Vale per le coppie, per i dibattiti politici e per i conflitti internazionali. Viviamo tempi in cui le parole corrono veloci, dentro e fuori la Rete. Così come i nostri pensieri. Talvolta troppo ancorati alla pancia (l’istinto) anziché alla testa (la ragione) o ancor più al cuore (le nostre emozioni). Ci stiamo abituando a risposte corrette in tempo reale. Un “ma” di troppo o un commento affrettato, - senza lo spazio per capirsi - diventano ferite aperte e innescano discussioni senza ritorno. Chi disinnesca sa curare tutto questo e permette di fermarsi e respirare. Sì respirare: un lusso che non ci concediamo troppo spesso. Cosa fare allora perché questo verbo diventi un superpotere alla portata di tutti? Un suggerimento da Baricco: “Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente”. Il segreto sarà uno sguardo diverso sugli altri? Articolo a firma di Rosy Russo, Presidente di Parole O_Stili uscito sul numero di maggio 2025 di VITA all'interno della rubrica "Bada a come parli".
Che cosa succede davvero quando un ragazzo o una ragazza digita la parola “sex” nella barra di ricerca? Perché i minori vedono pornografia online così presto, spesso senza filtri né guide adulte? Dove imparano — se lo fanno — a parlare di corpo, desiderio e consenso? L’indagine realizzata da Webboh Lab — il primo osservatorio permanente dedicato alla Generazione Z, nato dall’incontro tra la community Webboh e l’istituto di ricerca Sylla, per Parole O_Stili — ci offre uno sguardo approfondito e spesso sorprendente su questi temi delicati e fondamentali. Educazione sessuale: un vuoto che pesa Il dato più emblematico riguarda la fonte primaria di informazione sessuale per i giovani: il 52,2% degli intervistati dichiara di apprendere più da Internet che dalla scuola (37%). Quando si trovano di fronte a un dubbio o a una domanda, più della metà (52,7%) corre subito online alla ricerca di risposte, mentre solo il 27,8% si rivolge ai genitori e appena il 9,4% cerca il confronto con un medico o un consulente specializzato. Questo spostamento verso il web trasforma in scroll frenetici di siti e piattaforme, spesso senza filtri né guida e ci dice che i minori vedono pornografia online non solo per curiosità, ma anche per colmare un vuoto educativo.
La narrazione comune sui giovani è spesso dura: superficiali, fragili, smarriti. Eppure, dai dati del Rapporto Giovani, l’indagine condotta dall'Istituto Giuseppe Toniolo che costituisce da tempo il più completo e dettagliato strumento di conoscenza della condizione giovanile in Italia, emerge altro: apertura, desiderio di relazioni sane, attenzione per sé e per gli altri. Le giovani generazioni più soddisfatte della propria vita sono anche quelle più attente a costruire relazioni basate su rispetto, ascolto, reciprocità. Vogliono superare gli stereotipi di genere, desiderano una genitorialità nuova, un linguaggio più inclusivo. Come scrive il prof. Alessandro Rosina, professore dell’Università Cattolica di Milano e coordinatore del Rapporto Giovani: “I giovani non sono assenti. Hanno desideri forti e idee chiare. Il punto è: diamo loro lo spazio e gli strumenti per partecipare al presente e costruire il futuro?” Perché in un tempo in cui spesso si parla di ragazzi e ragazze, ma raramente lo si fa con loro, il Rapporto Giovani 2025 restituisce una fotografia onesta, complessa, utile. Uno strumento utile per genitori, educatori, comunicatori e giornalisti: per ascoltare senza filtri, capire senza giudicare, raccontare con più precisione la realtà delle nuove generazioni. Il senso della scuola La scuola, per molti giovani, è il primo luogo dove si costruisce l’idea di futuro. Ma attenzione: non per tutti e tutte questo luogo rappresenta un'opportunità. I dati parlano chiaro: tra i giovani che vivono in contesti più fragili, il rischio è che la scuola non venga percepita come una risorsa. Anzi: si insinua la sensazione che "non serva a nulla". Ma se non si parte dal "senso", è inutile parlare di strumenti, supporti, piani didattici. Non un lavoro qualunque Il lavoro continua a essere un perno fondamentale nella vita dei giovani. Ma non basta più che sia "un lavoro e basta". Le nuove generazioni chiedono un impiego che abbia senso, qualità, dignità. Un lavoro che permetta di essere indipendenti, di immaginare un futuro familiare, di vivere con stabilità. Politica: se è concreta, interessa C'è disillusione, sì. Ma non disinteresse. I giovani intervistati raccontano di una politica lontana, chiusa, poco coerente. Eppure, quando si parla di temi locali, diritti, ambiente, si accende l'interesse. C'è una richiesta forte e chiara: più spazi veri di partecipazione. Più coinvolgimento, più ascolto, meno retorica. Perché la partecipazione, quando è reale, crea cittadinanza. Relazioni: oltre gli stereotipi La narrazione comune sui giovani è spesso dura: superficiali, fragili, smarriti. Eppure, dai dati del Rapporto emerge altro: apertura, desiderio di relazioni sane, attenzione per sé e per gli altri. Le ragazze e i ragazzi più soddisfatti della propria vita sono anche quelli più attenti a costruire relazioni basate su rispetto, ascolto, reciprocità. Vogliono superare gli stereotipi di genere, desiderano una genitorialità nuova, un linguaggio più inclusivo. Sempre secondo i dati raccolti, il primo terreno su cui si costruiscono visioni relazionali, ruoli di genere e atteggiamenti verso la violenza è la famiglia. È lì che i ragazzi apprendono – spesso in modo inconsapevole – modelli culturali, relazioni affettive e linguaggi emozionali. E non sempre quei modelli sono positivi. Ad esempio, oltre il 70% dei giovani riconosce come comportamento violento impedire alla partner di avere un conto corrente personale, mentre più del 64% condanna il divieto di lavorare fuori casa. Ma il dato più allarmante riguarda la gelosia, che per molti adolescenti – soprattutto maschi – è ancora percepita come un segno d’amore. Dalla stessa indagine emerge che quasi il 38% dei giovani considera la violenza contro le donne “molto diffusa”, con una netta differenza di genere: lo pensa il 22,3% dei maschi e ben il 50,1% delle femmine. La consapevolezza cresce, ma in modo diseguale. E mentre la società sembra faticare a elaborare una risposta sistemica, l’esperienza vissuta e osservata della violenza – spesso nel contesto familiare o amicale – racconta che il problema non è “altrove”, ma accanto a noi. In questo scenario, qual è il ruolo delle famiglie e della scuola? Cosa possono fare, concretamente, per sostenere il cambiamento culturale in atto? Ne abbiamo parlato con la professoressa Cristina Pasqualini, docente di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ricercatrice nell’ambito delle scienze sociali, con particolare attenzione ai temi delle nuove generazioni, della parità di genere e della prevenzione della violenza sulle donne. È componente dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, per il quale coordina e partecipa a indagini nazionali sui vissuti, gli atteggiamenti e i valori degli adolescenti e dei giovani adulti italiani, in particolare riguardo agli stereotipi di genere, alle dinamiche relazionali e ai fenomeni di violenza. Prof.ssa Pasqualini, in questo 2025 i casi di femminicidio da parte di under 25 sono stati troppi. Cosa non sta evolvendo nella nostra società? Se guardiamo i dati delle ricerche, in particolare quelli dell’indagine “Rapporto Giovani”, notiamo qualcosa di interessante: nella generazione attuale e nelle famiglie che l’hanno generata sembra essere in corso un cambiamento culturale significativo. Le famiglie dei giovani di oggi hanno caratteristiche diverse rispetto alla generazione precedente, in quanto gli stereotipi con cui sono cresciuti stanno cambiando. Con gli strumenti adeguati possiamo immaginare di poter andare verso comportamenti più virtuosi rispetto al passato. Spesso giudichiamo i giovani di oggi senza guardare ai giovani di ieri, cioè a quelli che li hanno cresciuti. Oggi i ragazzi e le ragazze sembrano divisi tra prodotti culturali che promuovono inclusione e altri – come film, musica o libri del genere romance – che rafforzano modelli relazionali disfunzionali. Sono consapevoli di questo? Se ci atteniamo ai dati, possiamo dire che molti giovani oggi hanno fatto esperienza – anche solo indiretta – della violenza. Non parlo solo di violenza subita in prima persona, ma anche osservata: episodi avvenuti in famiglia, tra amici, o nel proprio ambiente più vicino. Hanno visto madri, sorelle, amiche subire violenza. Questo ci dice che la violenza non è un fenomeno distante, astratto: è dentro le case. Tendiamo a guardare la violenza come un problema “altro”, che riguarda l’immigrazione o Internet. Ma non è così. La violenza è tra noi. E poi c’è un evento che ha rappresentato uno spartiacque: il caso di Giulia Cecchettin. È stato diverso dagli altri perché ha fatto scattare qualcosa nei giovani. Hanno cominciato a informarsi davvero, a cercare fonti attendibili, a prendere consapevolezza. Hanno capito che la violenza non è solo un rischio per “gli altri”, ma può riguardare chiunque. Cosa ha reso così rilevante il caso Cecchettin rispetto ad altri femminicidi? Credo siano due i fattori. Il primo: la società era pronta, c’era già in atto un cambiamento culturale. Il secondo: la narrazione è stata diversa. Il comportamento del padre e l’attivismo della sorella hanno avuto un impatto enorme. Non c’è stata rabbia cieca o desiderio di vendetta, ma una richiesta di trasformare il dolore in qualcosa di utile, affinché non accada più. È stato potente. Forse per la prima volta abbiamo visto una famiglia reagire così. È stato un insegnamento per tutti. Qual è, oggi, il ruolo delle famiglie e della scuola in questo cambiamento? Cosa possono fare concretamente? Famiglie e scuole oggi sono fragili, fanno fatica. Ma restano due pilastri educativi fondamentali. Andrebbero sostenute di più dal sistema Paese, insieme alle altre agenzie educative. Serve davvero un’alleanza educativa, e non solo a parole. Dobbiamo lavorare a livello territoriale, nazionale e internazionale per trasmettere un messaggio comune: la violenza non deve più esistere.Questo non si ottiene con misure coercitive, ma con percorsi educativi, esempi virtuosi, testimonianze reali. I ragazzi stessi ci chiedono educazione alla parità di genere. Allora diamogliela. In famiglia, con comportamenti rispettosi tra i genitori. A scuola, con insegnanti che rispettano gli studenti – e viceversa. Serve reciprocità, rispetto, buone pratiche. Così si creano gli “anticorpi” che serviranno nella vita adulta, nei contesti più complessi. In questo processo, i social media aiutano o ostacolano il cambiamento? I social fanno parte del mondo dei ragazzi, non possiamo ignorarli. Personalmente li considero uno strumento, non un nemico. I rischi ci sono, certo, ma si può e si deve imparare a usarli in modo consapevole. All’università, i miei studenti mi hanno raccontato episodi inquietanti: video compromettenti condivisi nei gruppi WhatsApp, sondaggi offensivi, commenti assurdi. Eppure, alcuni di loro iniziano a prendere le distanze, a scegliere di non alimentare questi comportamenti. Alcuni agiscono, denunciano, parlano. Non sono insensibili. Hanno capito, almeno in parte. E anche solo un “semino” di consapevolezza, se piantato bene, può dare frutto. Per questo dobbiamo continuare a seminare. Ognuno faccia la sua parte. Il Rapporto Giovani 2025 è da pochi giorni in libreria. Un invito alla lettura per chi vuole comprendere davvero la realtà delle nuove generazioni. E un invito all'ascolto per chi lavora con le parole, con le persone, con l'informazione.
Ci sono parole che nascono per spiegare meglio il presente. E ce ne sono altre che nascono per immaginare il futuro. Netily è una di queste. È la nostra parola del futuro. Un neologismo a Trieste nato lo scorso febbraio 2025 durante la settima edizione del nostro Festival della Comunicazione Non Ostile. Il termine nasce dalla fusione delle parole inglesi “net” (rete) e “family” (famiglia), e indica : “La famiglia che ti scegli, fatta di amici, colleghi e vicini di casa; quella rete di supporto che si crea oltre la famiglia biologica”.